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Racconti di viaggio » Spagna

Al Museo del Prado di Madrid

di Milli

Madrid. Prevediamo di trascorrere diverse ore nel Museo del Prado ed essendo quasi mezzogiorno, entriamo in una bella caffetteria situata all'altro lato della passeggiata, di fronte all'entrata. E' affollata di avventori che, fra un caffe', un aperitivo, un bicchiere di vino 'tinto' si riempiono la bocca di chiacchiere e lo stomaco di succulenti stuzzichini


Al Museo del Prado di MadridSeguiamo il loro esempio appollaiati su alti sgabelli. Siamo al secondo panino (più prosciutto che pane), quando vediamo passare una enorme paella fumante. Il cameriere segue i nostri occhi estasiati, sorride e chiede: 'Due porzioni in un piatto grande?' Ci dichiariamo d'accordo ed alla sostanziosa porzione che Walter ed io ci dividiamo aggiunge, non richiesto, due bicchieri colmi di profumato vino tinto. Gradiamo assai e spolveriamo il tutto. Altro che spuntino!

Ora siamo pronti per il Museo del Prado. E' questo uno dei Musei più prestigiosi del mondo e l'attuale sede fu inaugurata nel 1819. Le prime opere che vi furono esposte facevano parte delle collezioni reali di Isabella di Castiglia, Carlo V e Filippo I e II. Quando nel 1835, la Legge che prevedeva lo scioglimento di tutti gli ordini religiosi divenne operante, i loro beni furono sequestrati e buona parte fu trasferita nel Museo. La restante, quasi la metà, si sparse per il mondo.

Il Prado combatte da sempre con lo spazio esiguo che non permette di esporre tutti i capolavori che custodisce. Recenti lavori di ampliamento e ristrutturazione, hanno in parte permesso che il numero non si limiti a poco più di 1300 opere, esponendo le restanti 6000 e passa a rotazione.

Quando lo visitammo noi, non erano molti i turisti. La maggior parte delle persone che giravano in religioso silenzio erano spagnoli e portoghesi. Un anziano signore ci raccontò che, in quanto pensionato, non pagava per entrare e ciò gli permetteva da anni, di trascorrere diverse mattinate godendo con calma i capolavori esposti. Lo disse con un certo compiacimento.

Solo agli Uffizi ho percepito l'aria rarefatta di intensa partecipazione come al Prado. Numerosi divani permettono anche ai più stanchi di vivere più comodamente le opere esposte .

Via via che ci innoltriamo in silenzio attraverso le innumerevoli sale incontriamo oltre ai grandi pittori fiamminghi, spagnoli e francesi, Raffaello, Botticelli, Antonello da Messina, Tiziano, il Giorgione, Andrea del Sarto, il Parmigianino. Le scene rappresentate sono nella maggior parte di ispirazione religiosa e ringrazio fra me e me gli illuminati Papi e Cardinali, i tanti principi e nobili di quegli anni lontani che, riconoscendo il genio di questi artisti, ci permettono ora di godere di simili capolavori.

Nella sala dedicata al Velasquez ci fermiamo a lungo davanti al grande dipinto che immortala la famiglia di Filippo IV. L'impatto è fortissimo perché forse per la prima volta il Velasquez applica un nuovo metodo prospettico. I critici paiono concordi nel definirlo il suo capolavoro. Pare proprio che dallo sfondo della porta aperta, entri un personaggio per unirsi al resto della famiglia. L'immediatezza della profondità del dipinto è tale che pare egli muova anche verso di te.

Chi, secondo me, ha reso al meglio i volti espressivi e l'anima ispanica, è il Goya. Realisticamente crudele, i suoi personaggi sono vivi, assolutamente moderni e di una intensità impressionante. I due ritratti più che famosi della Maya Desnuda e di quella vestita, come i vari personaggi della dinastia degli innumerevoli Filippi ( dalle fattezze certo non belle e dalle espressioni che non denotano molta intelligenza), sono solo un lato del Goya. Per il resto riporta sulle sue tele uomini e donne del popolo, della sua gente.

Ma il Prado non si può descriverlo: si deve viverlo. Quando, dopo più di cinque ore, usciamo all'aperto, mi sento avulsa nel solito caos cittadino. Scopro i visi madrileni con gli occhi del Goya e li ritrovo intatti nel presente. Gli sguardi intensi ed espressivi dei castigliani che mi circondano, i tratti somatici marcati nella loro intrinseca mollezza, i loro visi atteggiati a sorrisi, sbigottimento ed orgoglio.

 

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