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Racconti di viaggio » Irlanda

Un anno in Irlanda con l'Erasmus

di Francesca Barzanti

Il viaggio alla volta dell'Irlanda di Francesca, studentessa Erasmus che, decisa a dare una svolta alla sua vita, si ritrova catapultata in un'altra realtà fatta di paesaggi magici, di personaggi insoliti, di decine di nuovi amici, di tanti pub, troppe birre e di un cielo basso e coinvolgente. I brani pubblicati sono tratti dal libro La Mia Irlanda di Francesca Barzanti, Firenze Libri


Un anno in Irlanda con l'ErasmusArrivederci Romagna mia!

Aerei…che strani posti gli aerei, tutti di diverse dimensioni ma in fondo tutti simili, tutti non luoghi su cui si perde l’orientamento, ci portano da un luogo all’altro, ma nelle ore in cui siamo sull’aereo non siamo ne qua, ne la, siamo in mezzo a qualcosa sopra le nuvole, siamo da nessuna parte….

E io appena salita sull’aereo Forlì-Londra, piangendo, mi sentivo davvero da nessuna parte! I miei genitori, all’idea di volare, erano terrorizzati. Mio babbo si copriva gli occhi guardando il pavimento, mia mamma fingeva di leggere ma la mano le tremava e ogni dieci secondi ingoiava una pasticca di valeriana, ed io li seduta fra loro due continuavo a piangere.

Sembravamo una famiglia di matti, le hostess ci osservavano incuriosite e passavano a fare domande in un perfetto inglese di Londra: “how are you?”, “are you afraid?”, “do you want a glass of water?”, io non capivo nulla ogni tanto azzardavo un timido “yes, plese”, e senza ascoltare la loro risposta mi rigiravo verso il finestrino.

Fuori era ormai notte, le nuvole quasi non si vedevano ed io mi sentivo dentro la camera scura di un fotografo e chiudendo gli occhi cercavo a fatica di pensare a qualcosa di bello che mi desse la forza di addormentarmi. Dove stavo andando?

In due ore eravamo già all’aereoporto di London Stanset, la sala chek-in era piena di giovani da tutta Europa con lo zaino in spalla ed il sorriso sul volto. Il volo per Cork era dopo sette ore, e mentre mio babbo standeva due strani materassi sul pavimento per dormire, io mi guardavo intorno e invidiando il sorriso su quei volti riuscivo solo a pensare: “altre sette ore da nessuna parte….”.

.............

Il mio primo sabato sera erasmus

Quella sera ci fu il primo sabato sera erasmus ed io ero di nuovo terrorizzata, davo per scontato che non mi sarei divertita, e che nulla sarebbe stato come il mio sabato italiano a Cesenatico fra S.Giovese coca e Rum e Barrumba , con gli amici di sempre e soprattutto con la mia punta che mi mancava tantotanto.

L’appuntamento era “at half past ten in front of Capitol cinema” come mi aveva annunciato Marjù con il suo sorrisone, ed io continuavo a pensare che davanti al cinema Capitol non ci sarebbe stato nessuno, non so era come se il mio pessimismo e la mia infantile paura continuassero a dirmi che tanto quella folle Marjù non l’avrei più rivista perché era troppo ciccina per essere vera, e perché ci eravamo legate troppo tanto e troppo presto per essere reali.

Ancora non sapevo che in Irlanda, in erasmus, il tempo corre veloce e tutto è moltiplicato per dieci, esperienze emozioni e sentimenti. Quella sera dalle 2230 in poi imparai tre cose: che è molto più facile diventare amica di una straniera all’estero che di un’italiana all’estero, che a volte si puo’ perdere la testa e non recuperarla più, e soprattutto che la Beamish è una filosofia di vita (quasi quanto l’havana cola ).

Ma andiamo con ordine. Alle 22:30 davanti al Capitol cinema c’erano almeno 20 persone sconosciute e Marjù ancora non era arrivata.

Decisi di dare un sonnifero alla mia paura e di gettarmi nella mischia, mi avvicinai ad una ragazza biondina tutta sconvolta appoggiata ad una colonna insieme ad un tedesco altissimo con il tipico broncio nordico stampato sul volto, le chiesi se era pure lei un’erasmus e come faceva a sapere dell’incontro, mi disse che si chiamava Melli era tedesca di Costance, e che la voce dell’incontro ersmus era girata ed ora li con noi c’erano 20 persone che praticamente non si conoscevano.

Melli era buffissima, aveva una voce strozzata ed assurda, parlammo per 10 minuti fino a quando Marjù ci raggiunse. Il gruppo di erasmus era composto di ogni tipo di cultura, francesi, tedeschi e pure finlandesi, ma gli italiani erano la maggioranza.

Io e Marjù non la finivamo di urlare e cantare in inglese e Stefania insieme ad altre due ragazze italiane bassotte ci guardavano malissimo. Era inutile non volevo fare nessuno sforzo per stargli simpatica, volevo solo essere mè stessa senza pensare, proprio come la magia di Marjù mi stava insegnando.

Ci avviammo tutti insieme verso un pub chiamato Ambrog, lungo la strada il gruppo si sparpagliò Marjù e Melli rimasero in fondo alla fila e quando io mi girai per cercarle con lo sguardo sentii una voce troppo veneta chiamarmi: ”ehi tu..”, mi girai e vidi un ragazzo ricciolo proprio di fianco a me:”ehi tu…ti ricordi di me? Perché non mi hai salutato?”.

Io ero stranita non capivo proprio chi fosse quel tale, lo guardai con un timido sorriso: ”mi sa che hai sbagliato persona…io non ti ho mai visto prima..”, lui continuò sulla sua linea:”si che mi hai visto e mi hai anche chiesto l’ora…” e sorrise. “è impossibile io non ho ancora chiesto l’ora ad un Italiano qua a Cork..” gli risposi sempre più sorpresa, lui continuò a parlarmi, si chiamava Andrea, studiava ingegneria ed era terribilmente veneto:di Vicenza.

Continuavo ad osservare quel ragazzo cercando di fare mente locale…era simpatico, era carino…sempre più carino..oltre ai capelli ricci aveva anche gli occhi troppo azzurri, no non avevo visto prima uno così carino altrimenti me lo sarai ricordato.

Andrea continuò a parlarmi nel suo modo buffo, e ad un tratto realizzai che si è vero invece ci eravamo già visti, e si l’ora gliela avevo veramente chiesta…ma in inglese due giorni prima al primo incontro erasmus nella famosa Boole! Cavolo dovevo essere veramente sconvolta in quel momento per dimenticarmi il suo volto così in fretta!. Così’ iniziai a ridere e gli dissi: ”perché cavolo se sei italiano quando ti ho chiesto l’ora mi hai risposto in inglese???”, “perché tu in inglese me l’avevi chiesta…” rispose tranquillamente.

E li in quel momento, mentre stavo realizzando che probabilmente Andrea era forse l’unica persona fin ad allora incontrata ad avere un inglese più terribile del mio, inizia a sentire il prurito…il magico ed irresistibile prurito da punta, quella sensazione non prevista che ti prende all’improvviso, che ti rigira la testa su sé stessa e che ti toglie ogni controllo sulle tue azioni e sulla tua dignità!

Da quella sera per tutto il mese seguente persi ogni tipo di dignità davanti a questo tal Andrea di Vicenza.

...............

I nonnini dell'Irlanda

Il 28 Novembre fu un giorno basilare, fu il giorno in cui entrai per la prima volta in un vero e proprio circolo arci irlandese…oddio non si chiamava circolo arci e gli irlandesi non sanno nemmeno cosa sia un circolo arci, però aveva ogni caratteristica di un circolo arci e li dentro mi sentii subito a mio agio.

Quella sera ero a cena da Luciuzza, e dopo cena dovevamo raggiungere gli altri. Filippo era un po’ che ci raccontava di questo pub con birre super scontate, che aveva scoperto Mike o Rocco, di vecchietti sui sett’anni, tutti alcolizzati semiaffetti da cerosi epatica ma che avevano accolto lui e gli altri come dei nipoti.

Quella sera dovevamo raggiungere gli altri proprio in questo pub, non sapendo bene dove e quale fosse io Luciuzza Ercia e Gabriele girammo per un bel po’ infilandoci pure in uno strano pub pieno di gente direi”originale”. Finalmente, dopo aver chiamato Filippo, capimmo dov’era il posto.

Il pub era piccino, aveva due stanze e la media era sessantacinque anni per gamba, quei vecchietti (poi divenuti ufficialmente “i nonnini”) sembravano contenti di avere un po’ di giovani a dilaniarsi insieme a loro, Filippo Giulio Martino Rocco e Mike erano già ormai della loro famiglia, mentre noi appena arrivati non eravamo troppo considerati. Quella sera eravamo davvero in tanti e venimmo più volte rimproverati per il casino che inevitabilmente facevamo.

Quegli stani personaggi all’inzio mi intimorivano un po’ e più volte mi chiesi perché per incontrarci dovevamo proprio infilarci li dentro ma, col tempo, imparai a volere bene a quei nonnini, imparai che loro rappresentavano la parte più vera, più tradizionale, più spontanea dell’Irlanda. Che diventando parte di loro diventavamo soprattutto parte di Cork, parte di quella città che ci stupiva tutti quanti ogni giorno di più.

Dai nonnini ordinai le mie solite Beamish ed iniziai a giocare a carte con Gabriele, Martino e gli altri. Più passavo tempo li dentro più mi sembrava davvero di stare al circolo arci dove andava il mio povero nonno quando ero piccina, gli odori, la puzza di sigaro, le birre, tutto mi riportava le stesse sensazioni che avevo quando a quattro anni ,curiosa, osservavo mio nonno giocare a carte fumando il sigaro.

..............

Gita alle Isole Aran

La mattina dopo ci svegliammo all’alba per prendere in tempo il traghetto in direzione delle isole Aran. Il cielo era sempre più basso e, con la faccia appiccicata al finestrino della macchina, mi sembrava quasi di toccarlo.

Rocco continuava a canticchiare canzoni di Tiziano Ferro e sia la Serena che la Bida ormai lo chiamavano abitualmente relativo. Martino alla guida della Punto verde era sempre più un mito, super organizzato ma con la battuta pronta, con me era super ciccino e la notte precedente l’avevamo sentito nel sonno sussurrare con la voce di Sacchi: “ha segnato?? Ha sssssegnato?” sognando chissà quale partita del Milan.

Sulla nave per le Aran tirava un vento fortissimo ma io non riuscivo a togliere gli occhi dall’oceano dove eravamo immersi, Rocco aveva iniziato ad intonare “imbranato” di Tiziano Ferro, e si dimenava nel vento in un balletto assurdo che mi faceva mega ridere ogni volta di più.

Nonostante il tempo tremendo io ero troppo felice di vedere le isolette della mia fantasia. Le Aran sono piccolissime, solo una delle due si puo’ visitare, non esistono macchine o strade asfaltate ma ci si muove solo in bici o su dei pulmini speciali per i turisti, non esistono ristoranti ma solo un ostello ed un pub.

Sembrava di essere tornati indietro di cent’anni ed il paesaggio era sempre più coinvolgente. Saliti sul pulmino per il giro Filippo si addormentò di colpo e, mentre io continuavo ad esplodere di parole ed emozione ogni volta che la costa cambiava, lui invece russava ed apriva un occhio ogni tanto pronunciando un balbettio simile a: “ma siamo già alle isole gargan?” senza avere nessunissima idea di dove fossimo.

Il paesaggio era meraviglioso, la costa variava continuamente, le casette erano tutte uguali col tetto in paglia e le strade erano piccine e circondate da muretti di sasso. L’ultima tappa del pulmino furono le scogliere, le Aran hanno le scogliere più alte d’Irlanda (credo quindi più alte anche delle Cliff of Moher).

Per raggiungerle salimmo a piedi per almeno mezz’ora e, arrivati in cima, davanti a noi e sotto di noi in fondo ad un profondissimo burrone, esplose l’oceano disteso a perdita d’occhio, l’oceano che si frastagliava di onde, che assumeva mille colori, l’oceano che volava con i suoi schizzi verso l’alto e ci bagnava i capelli. Sembrava di essere nel punto più alto dell’universo da cui riesci a vedere tutto quello che c’è prima, dopo ed intorno. Luciuzza mi si avvicinò, indicò l’oceano aperto davanti a noi e mi gridò: “urla! Urla! Urla e libera tutto quello che ti opprime” ed insieme gridammo con tutto il fiato che avevamo! Mi sentivo leggera e libera come mai prima di allora!

 

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