di Gabriele Elisa Giulia Costadura
Un viaggio di avventure dalla notte nel fondo del Canyon al giro a cavallo nelle terre degli indiani, fino alle gigantesche sequoie
LUNEDI 16/06/08 MILANO MALPENSA – LAX
Arriviamo all’aeroporto di LAX stanchi, ma felici. Felicità di breve durata per l’amara sorpresa trovata nel locale ritiro bagagli: l’incubo dello smarrimento si concretizza nel peggiore dei modi. Rimangono (si spera) a Londra 3 valigie su 4: quella del campeggio, la mia e quella di Elisa. Per fortuna che abbiamo prudentemente tenuto nel bagaglio a mano gli scarponcini da trekking di Giulia e… un cambio di biancheria intima a testa. Perdiamo comunque un sacco di tempo per la denuncia di smarrimento: prima la coda degli sfigati, poi il nostro inglese, poi la signora imbranata, infine il computer in tilt. Una serata no. Dopo aver lasciato nel modo più chiaro possibile l’indirizzo di destinazione al Grand Canyon N. P. ci rechiamo al primo bancomat per riscuotere i 150 $ che Miss Imbranata ci ha consegnato sottoforma di carta di credito come risarcimento della mancata consegna dei bagagli. Peccato che tutti i bancomat forniscono banconote di pezzatura minima di 20$. Risultato riusciamo ad intascarne solo 140$. Usciamo dall’aeroporto già in preda ad una discreta agitazione , diretti all’AVIS per ritirare l’auto a noleggio convinti di dover fare poche centinaia di metri a piedi. Assolutamente sbagliato: ci tocca invece attendere subito all’esterno dell’aeroporto una navetta. Individuata la fermata giusta e la navetta giusta, il mezzo inizia a descrivere un percorso abbastanza tortuoso e si porta fuori di qualche chilometro dall’area dell’aeroporto. Mi sorge spontaneo un dubbio: riusciremo a ritrovare l’autonoleggio a Los Angeles, così distante dall’aeroporto? Avrò 20 giorni circa per tormentarmi con questo dubbio. Intanto ci sono da affrontare i problemi del presente che si materializzano con una coda sostenuta di persone in attesa al banco dell’AVIS. Perdiamo un’altra ora piena. E’ quasi l’imbrunire e siamo in ritardo di almeno due ore rispetto al programma. Finalmente ci consegnano la macchina, una Hyunday. Carichiamo senza sforzo (sigh!) l’unica valigia rimastaci e gli zaini del bagaglio a mano e finalmente siamo pronti per partire. Chiavetta nel motorino d’avviamento e via!! No, il motore si accende, ma non riesco a spostare la leva del cambio automatico dalla posizione P. Passano alcuni minuti di tensione tra imprecazioni e tentativi a vuoto, fino a che, come per magia la leva si sblocca e possiamo partire. Ora siamo nel centro di Los Angeles, il navigatore è roba da imbranati e non lo abbiamo voluto, ma ci tocca uscire dalla città e alla svelta perché è già notte. Sono abbastanza agitato perché le letture fatte in Italia sul traffico di Los Angeles davano descrizioni davvero inquietanti, poi è buio e siamo stanchi. Invece l’operazione va in porto in modo molto più semplice di come potevamo temere: seguendo le indicazioni ci portiamo su una highway in direzione nord e successivamente ci immettiamo sulla highway in direzione est. Il traffico è sostenuto, ma non caotico, e attraversiamo ascoltando i REM una città che sembra non finire mai: siamo nella direzione giusta, sono due belle ore che viaggiamo e siamo ancora in mezzo alle case. Poi imbocchiamo finalmente la highway 15 in direzione Barstow che ci condurrà verso il Grand Canyon. L’abbondanza di motel che avevamo pronosticato all’uscita di Los Angeles non si concretizza per cui, con le palpebre che cominciano a chiudersi dal sonno, procediamo sull’autostrada in mezzo al buio e, presumiamo, al deserto, all’affannosa ricerca di un buco qualsiasi dove poterci riposare. Arrivati in prossimità di Hesperia, dove un agglomerato di costruzioni lasciava presagire la presenza di una qualche forma di attività, finalmente troviamo un motel disposto ad accoglierci. Niente di entusiasmante, sia chiaro, un tipico motel da camionisti, quasi stile Psyco, dove in un telefilm di Fox TV avrebbero potuto ambientare un qualsiasi episodio di cronaca nera, ma, appurato che, nell’unico letto matrimoniale disponibile ci fosse biancheria pulita accettiamo di buon grado questa possibilità di riposarci. Fa caldo, ma non eccessivamente, pertanto le domande sull’incertezza dell’indomani come quelle sul futuro delle nostre valigie e sul rispetto dei tempi di arrivo al Grand Canyon rimangono a metà, interrotti da un sacrosanto sonno ristoratore.
MARTEDI 17/06/08 HESPERIA – GRAND CANYON N. P.
Partiamo di prima mattina: il fuso orario è alleato e, senza colazione, riprendiamo la strada della sera prima. Con la luce del giorno possiamo finalmente apprezzare il paesaggio attorno: i soliti panorami sconfinati che l’America è capace di offrire e l’atmosfera suggestiva di un deserto arido, roccioso, con sporadici cactus e qualche yucca a far da corredo. I panorami sono molto interessanti, ma lo stomaco reclama e siamo in cerca di un posto decente dove poter far colazione. Per un lungo tratto dobbiamo accontentarci di nutrire lo spirito poi finalmente, in corrispondenza di una località chiamata Ludlow, si materializzano una stazione di servizio, un gruppo di case e un locale dove consumare la colazione degno di “Baghdad Cafè”. Il locale è uno dei punti di riferimento di chi percorre la famosa storica Route 66, che passa qui vicino ed è gestito da due venerande, ma arzille signore, presumibilmente sorelle, vestite di tutto punto alla moda delle “ragazze del west”. Ci servono succo d’arancia, uova, bacon, toast imburrati e caffè. Cosa chiedere di meglio?
Facciamo benzina e finalmente risolvo il problema dello sblocco del cambio automatico che mi perseguitava ad ogni ripartenza: capisco che è necessario schiacciare il pedale del freno prima di metter mano alla leva del cambio. Probabilmente ero riuscito a sbloccarlo in precedenza perché avevo inavvertitamente schiacciato il pedale nei movimenti convulsi e scomposti determinati dall’agitazione di non riuscire a partire. Si riparte satolli e con due problemi in meno (cambio e stomaco) seguendo la highway 40 che scorre prima monotona attraverso il deserto del Mojave e successivamente più movimentata con saliscendi e qualche foresta di conifere ai lati. Raggiungiamo così Williams, all’altezza della deviazione per il Grand Canyon N.P.. Prima di procedere ulteriormente dobbiamo fare una sosta: abbiamo assoluta necessità di una tenda in quanto abbiamo prenotato e pagato per un posto tenda sia la notte che ci aspetta sul rim sia quella successiva nel bottom. Il centro importante più vicino è Flagstaff, ma impone una deviazione di più di una sessantina di miglia, per cui cerchiamo se per caso esiste qualche negozio che fa al caso nostro nel paese di Williams, classico posto di villeggiatura, ricco di locali e con un discreto movimento. Siamo fortunati: troviamo una discreta tendina ad un prezzo contenuto, un materassino di gommapiuma, un pile come coperta e una mini pila tascabile come sfizio per le letture serali di Elisa (benedetto sfizio!! Vedi dopo). Ad un supermercato vicino acquistiamo il resto delle cose necessarie, dal bagno schiuma al gatorade, e ci concediamo una pausa pranzo divorandoci delle generose confezioni di frutta fresca appena acquistate ed il solito caffè Starbuck. In breve (50 miglia) siamo all’ingresso del parco dove per 80$ acquistiamo la tessera per l’ingresso libero in tutti i parchi nazionali poi, trovato facilmente il campeggio prenotato dall’Italia, piazziamo la tenda nuova, leggera, spaziosa, velocissima e semplicissima da montare: un buon acquisto. E’ tardo pomeriggio per cui ci dedichiamo ad un primo breve giro esplorativo per ammirare il panorama del Canyon da Mather Point. La vista che si presenta davanti ai nostri occhi ci fa sussultare per l’emozione e al tempo stesso, nel rivolgere lo sguardo verso la parte più profonda, dove s’intuisce lo scorrere del Colorado, stimola il nostro senso critico: ma domani siamo sicuri di voler andare proprio fin là sotto? Ad osservare il percorso da qui, l’impresa appare davvero proibitiva. Andiamo a cena ripromettendoci di tornare più tardi per osservare il Canyon illuminato dalla luna piena. Durante l’avvicinamento a Market Place notiamo un cartello per nulla ben augurante: Bright Angel Camping no acqua per rottura di una tubatura: ne discuteremo domani. Purtroppo i locali a disposizione per cenare sono pochi perché tutti in chiusura. Dobbiamo accontentarci dell’unico disponibile, gestito da cinesi, che ci non rimarrà impresso per la qualità e la pulizia. Come programmato ci ripresentiamo al Mather Point per goderci la luna piena, poi andiamo a nanna. A dispetto della temperatura diurna, qui la notte non fa assolutamente caldo: siamo infatti ad oltre 2000 metri di altitudine. Ce ne rendiamo perfettamente conto nella nostra tenda a dormire senza sacco a pelo, senza vestiti pesanti, con un solo materassino e il solo plaid di pile appena acquistato per tutti e tre. Passiamo pertanto la notte cercando di combattere il freddo coprendoci con i wind stopper che avevamo nel bagaglio a mano e tenendo Giulia nel mezzo.
MERCOLEDI 18/06 GRAND CANYON NATIONAL PARK (discesa nel bottom)
Ci svegliamo intorpiditi dal sonno e dal freddo della notte solo in parte mitigato dal sole caldo che di prima mattina ha inondato di luce e di calore la nostra tenda. Non è bello, perché oggi è il giorno “dell’impresa”. Smontiamo la nostra attrezzatura, facciamo colazione al Bright Angel point e siamo pronti per le ultime informazioni in merito alla discesa verso il Colorado. Abbiamo già alcuni punti che pesano negativamente sulla bilancia della decisione: i bagagli che non sono arrivati e la cui assenza grava sul nostro equipaggiamento, la mancanza di acqua al campeggio base, il DVD che ci è stato inviato per posta prima della partenza: vediamo quanti ne aggiungeranno i ranger. Arriviamo al Background permit point con il programma di base già modificato. Con il progetto primario avevamo stabilito di scendere attraverso il Kaibab Trail, più ripido, più veloce, ma più esposto al sole e senza punti acqua e di risalire attraverso il Bright Angel Trail, più lungo, ma più ombreggiato e con 3 punti acqua: la mancanza di acqua al Bright Angel Camping ci aveva già fatto sorgere qualche dubbio in proposito. Poi pensavamo di partire verso le 11, massimo mezzogiorno, mangiare lungo il tragitto e poi arrivare piano piano a destinazione. Dopo il colloquio con i ranger, anche se rimaniamo radicati sulle nostre intenzioni, cambiamo progetto: visto il gran caldo, ci viene sconsigliato di scendere prima delle 17 (resta da capire da dove ci sconsigliavano di scendere, se dalla partenza o dall’Indian garden, ultima delle tre tappe idriche) e pertanto decidiamo di partire con calma verso le 15 – 15,30. Facciamo quindi un giro ancora a Grand view point e Yoki point, cercando di risparmiare le forze, mangiamo con calma e poi al supermercato acquistiamo il necessario per la discesa e la successiva risalita: latte e cioccolata UHT (6 mini confezioni), carne essiccata (2 confezioni), frutta disidratata (1 confezione), 2 pompelmi, 1 arancia, bottiglie di acqua (7 confezioni da 1,5 litri), gatorade in bustine da sciogliere nell’acqua, 1 pacchetto di biscotti, 2 sacchetti di patatine, 5 bottigliette di succo d’arancia, 1 baguette, 1 pacchetto di crackers. Tutto ciò poi equamente distribuito negli zaini insieme a KW, windstopper, pantaloni lunghi, felpa, plaid di pile (a ricordo della gelida notte precedente e sulla base delle affermazioni dei ranger sugli sbalzi termici della notte nel bottom) più calze di ricambio, la pila portatile e naturalmente la tenda. Un discreto carico tutto sommato. Partiamo con un discreto anticipo rispetto a quanto consigliatoci dai ranger (secondo la nostra interpretazione), un poco prima delle 16. La discesa procede discretamente bene, siamo nel pieno rispetto dei tempi: ¾ h al primo punto acqua, un colloquio con una ranger che ci mette nuovamente in guardia sul caldo del bottom, ma che nulla ci dice sui tempi per raggiungerlo, ¾ h al secondo punto acqua e, verso le 18 ci ritroviamo soddisfatti all’Indian Garden, ultima tappa prima del “bottom”. La nostra soddisfazione è però di breve durata: incontriamo un campeggiatore che, parlando del più e del meno ci definisce strong hikers quando dichiariamo la nostra intenzione di raggiungere in serata il Bright Angel camping. Tale dichiarazione ci porta a chiedere quanto ci rimanga ancora di cammino per il nostro obiettivo: la risposta mi gela le gambe: “3 o 4 ore a seconda del vostro passo”. Mi assale il panico, guardo Giulia, penso per un attimo di tornare indietro, di implorare pietà e di lasciarmi campeggiare lì (impossibile!), incrocio lo sguardo di Elisa e ciò è sufficiente come segnale per una partenza veloce verso il Colorado, con la flebile speranza di aver incontrato l’uomo più lento del mondo. Ma in breve riceviamo la conferma dell’attendibilità del nostro amico: incontriamo un gruppo di orientali, presumibilmente giapponesi, sconvolti dalla fatica, che ci confermano l’amaro verdetto: ancora 3 ore di cammino. Ad aumentare l’apprensione ci chiedono se abbiamo una luce con noi: prevedono che arriveremo al buio. Ma la luce è l’asso nella manica di Elisa che a dispetto delle pile tecniche e della frontale ancora in viaggio chissà per quale destinazione, tira fuori dal suo zaino la mini pila tascabile acquistata il giorno prima a Williams. Almeno una buona notizia, mentre la preoccupazione sale, il caldo aumenta e la luce diminuisce. Continuiamo la discesa e davanti a noi compare una ripida serie di tornanti che mettono il groppo in gola al pensiero di doverli affrontare al ritorno in salita con il caldo, poi sempre più giù tra ripide pareti sempre più strette e più scure, ad ascoltare il rumore del Colorado, abbastanza vicino per lanciarci il suo grido minaccioso, ma ancora troppo lontano per mostrarsi ai nostri occhi. Continuiamo la nostra discesa presi da un vortice di ineluttabilità, speranzosi ad ogni curva di vedere il fiume e puntualmente delusi ad ogni svolta fino all’imbrunire e poi al buio più totale che ci sorprende un’ora prima. Già, in Arizona non è prevista l’ora legale e alle 21 è già buio: ieri non ce ne eravamo accorti. Avanziamo con la luce della pila fino al manifestarsi chiaro del fragore delle acque del Colorado che percepiamo scorrere nel buio poco più in basso da noi. Ci sentiamo arrivati, avvistiamo un punto di soccorso, con telefono alla nostra destra e un cartello davanti a noi: Phantom Ranch 2 m.i., il che significa circa 1,3 miglia al Bright Angel camping. Avanziamo al buio rischiarandoci il cammino con il ristretto, ma efficace fascio di luce della nostra pila tascabile, con lo sguardo teso ad individuare qualche segno della vicina presenza del campeggio agognato: il ponte sospeso sul Colorado, qualche luce, un segno di attività umana. Ma niente di tutto ciò si profila all’orizzonte, solo rocce scure, il fiume impetuoso e un meraviglioso cielo stellato. Sono ormai le 22, ho la bocca impastata, la lingua che s’incolla al palato, forse per la polvere, forse per il caldo e la disidratazione e penso di essere arrivato all’ultima cazzata della mia vita. Siamo stanchi: per la strada percorsa, per lo stress accumulato, per lo scarso sonno della notte precedente, dobbiamo mangiare qualcosa e domani mattina questo posto diventerà presto un forno. Pertanto, incalzati da Giulia e da queste considerazioni, individuato uno slargo sabbioso delle dimensioni giuste, prendiamo la decisione di piazzare la tenda in mezzo al sentiero e passare così la notte. Il campeggio che avremmo dovuto raggiungere, per quanto vicino, non avrebbe offerto maggiori confort: no acqua e problemi ad orientarsi al buio per cercare la piazzola. Unico dubbio riguardo ai ranger che potrebbero aspettarci e quindi venirci a cercare. Montiamo in fretta la tenda e consumiamo il latte e cacao, poi ci disponiamo per dormire. A dispetto di tutta l’attrezzatura che abbiamo portato faticosamente per fronteggiare il freddo, fa un caldo soffocante e dormiamo a torso nudo e in mutande su un terreno arroventato che trasmette calore alle nostre schiene. Dormiamo per modo di dire. Mille pensieri mi affollano la mente, non conoscendo le condizioni reali di Giulia e soprattutto di Elisa (sempre restia a manifestare eventuali problemi) e sentendomi io stesso la bocca impastata. Unica consolazione Giulia sembra dormire profondamente e con respiro regolare. Anche Elisa sembra dormire più rilassata di me. Ho una sete incredibile, bevo l’acqua mescolata al gatorade e un istante dopo mi sento in un bagno di sudore, e temo di perdere ulteriori preziosi sali minerali. Sento il rimorso di aver desiderato così ardentemente spingermi fino a qui, e nel dormiveglia m’immagino scenari apocalittici, colto da malore, con Giulia ed Elisa anch’esse sul punto di svenire e senza soccorsi…. Preso da questi tormenti vengo ridestato repentinamente da un urlo di Elisa:” Un animale!!! C’è un animale!!!”. Provo ad indovinare quale tipo di fiera possa aver d’improvviso urtato la nostra tenda: un puma? Un coyote? Un serpente a sonagli? Mi giro di soprassalto, apro la lampo della tenda cercando di emettere le grida più minacciose possibile e non vedo nulla…. Elisa mi confessa con un filo di voce: “Forse era uno scoiattolo”. Mi rimetto sdraiato, non so se temere o sperare nell’arrivo dei ranger che non ci hanno visto arrivare al campeggio. A mezzanotte sento dei passi: è qualcuno. Il rumore della sua camminata si avvicina sempre più, poi si perde lungo il sentiero. Alle 2 stessa cosa: una coppia. Decido nel dormiveglia che è necessario svegliarci più presto delle 4 e partire il più presto possibile. Comunico la decisione ad Elisa, lei ne prende atto. Ogni tanto nel caldo soffocante della notte un refolo di aria fresca giunto chissà da dove si intrufola nella tenda e dona un effimero sollievo. A far da sottofondo lo scroscio continuo del Colorado ed il trillo di qualche cicala malinconica. Alle 3 passano altre due persone che si lamentano della nostra tenda in mezzo al cammino, li mando a quel paese, anche se in fondo hanno ragione loro.
GIOVEDI 19/06 GRAND CANYON NATIONAL PARK (la risalita)
Ci svegliamo alle 3 dal nostro non dormire per consumare un po’ di colazione a base di succo di arancia, raccogliamo i bagagli e le forze e riprendiamo il cammino a ritroso lungo la riva del Colorado, in un buio leggermente rischiarato dalla luce della luna piena riflessa dalle rocce. Avanziamo senza pila con circospezione e in una mezz’oretta arriviamo all’imbocco del sentiero del Pipe Creek, per iniziare la risalita. Lasciamo così il Colorado alle nostre spalle, meta sospirata per mesi, di cui non siamo riusciti ad ammirare da vicino i colori e che per noi non è stato altro che uno scuro e schiumoso Acheronte serpeggiante cupo e minaccioso ai piedi dell’inferno che abbiamo osato violare. Percorriamo a ritroso il sentiero che s’insinua tra le rocce, questa volta in salita. La luce appare improvvisa.. già l’ora legale vale anche per la mattina.In questa prima parte di cammino s’incontra ancora qualche ruscello: ne approfittiamo per fermarci e bagnarci la testa, come consigliato nel DVD dei Ranger e per concederci qualche pausa. Ma come per magia, le gambe di tutti sembrano girare nel modo giusto e riusciamo a procedere senza difficoltà con passo lento, ma costante. Giungiamo in vista della serie di tornanti che tanto ci avevano impressionato durante la discesa. Li affrontiamo con rispetto, ma con decisione ed in breve ci ritroviamo a metà della salita. Qui ci concediamo una pausa, acqua e un po’ di frutta disidratata. Poi, un passo dietro l’altro ci troviamo sulla sommità di questa prima serie di salite e la mia, la nostra preoccupazione si fa meno forte: mi ripetevo dal momento della partenza questa mattina, che se fossimo giunti ad un’ora decente al camping dell’Indian garden, non avremo avuto più nulla da temere: in qualche modo saremmo arrivati su comunque. Intanto il sole inizia a ad illuminare le rocce che ci sovrastano, creando giochi di luce e colore che riusciamo ad apprezzare sempre di più, a mano a mano che avanziamo. Avvistiamo qualcuno in basso che sta risalendo e ci sentiamo rassicurati a tal punto che ricominciamo addirittura a scattare qualche foto. Passo dopo passo riconosciamo con ritrovata consapevolezza i luoghi attraversati ieri; il sentiero procede ora solo in leggera salita, all’interno di uno stretto canale di rocce percorso da un fresco ruscello. Qui ieri abbiamo incontrato gli orientali sconvolti: Indian Garden è vicino. Giulia accelera il passo addirittura e fatico a starle dietro, poi, finalmente, la macchia di vegetazione del campeggio: sono le 6,30 e siamo ad Indian Garden per goderci qualche minuto di ombra, acqua fresca e panchine per riposare. La strada è ancora lunga, ma ora abbiamo coscienza che ci aspetta solo più una camminata dura, non più una sofferenza ai limiti delle nostre possibilità fisiche. Facciamo colazione con latte e cacao, spremuta di arancia, frutta disidratata, pompelmo, qualche biscotto. Lo stomaco, ride, lo spirito si rigenera, lo zaino, un poco, si svuota. Facendo due calcoli, scopriamo di aver impiegato lo stesso tempo a salire che a scendere e ciò ci rincuora ulteriormente. Ripartiamo verso le 7 per sfruttare il più possibile la temperatura accettabile del mattino che qui all’Indian Garden è addirittura relativamente fresca. Procediamo lentamente incontrando e fotografando qualche cerbiatto. Raggiungiamo il punto acqua successivo alle 9 e ci concediamo un’altra sosta all’ombra di una tettoia. Iniziano a dolere i polpacci, ma più che la cima, sempre lontana, ci consola la vista della strada già percorsa e la consapevolezza di allontanarci sempre di più dalla zona caldissima. Sotto la tettoia incontriamo due americani, padre e figlio. Il padre scambia con noi qualche parola, il figlio sembra assopito. Più tardi, l’intervento di una ranger con una flebo, ci chiarisce che il torpore del giovane era dovuto ad un malore: un episodio che ci induce a ulteriori riflessioni. Raggiungiamo il secondo punto acqua intorno alle 11, procediamo regolari come orologi: ci concediamo una seconda sosta prolungata con pranzo a base di carne essiccata, pompelmo e patatine. Abbiamo anche qualche incontro ravvicinato con qualche animale: prima di tutto un big horn proprio sul sentiero, poi dei terribili scoiattoli da cui dobbiamo difendere strenuamente le nostre scorte proprio come Paperino con Cip e Ciop. Addirittura Giulia si ritrova a contendere a più riprese prima il sacchetto del pane, poi un sacchetto di patatine: lei a tirare da una parte, lo scoiattolo a tirare dall’altra. Archiviamo la parentesi di lotta con gli scoiattoli, per affrontare l’ultimo tratto di salita. E’ mezzogiorno passato, il sole batte a picco e fa decisamente caldo, noi siamo stanchi, ma nelle gambe abbiamo oltre all’acido lattico anche le ali dell’entusiasmo per l’impresa che di lì a poco staremo per compiere. Poi più procediamo, più saliamo come altitudine, ma nelle zone assolate, praticamente il 70% del percorso, non si avverte punto un mutamento favorevole di temperatura. Non abbiamo tempi da rispettare, pertanto ogni volta che l’ombra ci concede una tregua dal sole ormai davvero cocente, ci concediamo tutte le pause che riteniamo utili, in aggiunta a quelle forzate, non necessariamente effettuate all’ombra (sigh!) dovute al continuo passaggio di gruppi in discesa a dorso di mulo. Affrontando i faticosi tornanti che si avvicendano lungo le ripide pareti del canyon procediamo in lento, ma progressivo avvicinamento alla sommità e gli incontri con altre persone si fanno più frequenti: tra loro anche un gruppo di simpatici italiani con cui scambiamo due parole e alcune coppie con cui ci si sorpassa a vicenda nell’alternanza delle pause di riposo e con le quali non si rinuncia mai a scambiare qualche battuta, seguita da sorrisi e ammiccamenti di solidarietà nella comune fatica. Arriviamo all’imbocco del sentiero dal quale siamo partiti tutti baldanzosi ieri e non possiamo fare a meno di entusiasmarci per la conclusione dell’avventura. Uno dei nostri compagni improvvisati dell’ultimo tratto di cammino, si offre per farci una foto e immortala uno dei momenti che ci resteranno maggiormente impressi, non solo della vacanza, ma penso anche della nostra vita. Ricambiato il favore della foto al nostro amico e alla sua donna, percorriamo come su un cuscinetto d’aria l’ultimo tratto che ci separa dalla macchina, poi finalmente ci sediamo e possiamo infilarci un paio di sandali. Felici e leggeri nonostante le gambe a pezzi e la bocca impastata.
Tornati nel mondo civilizzato le nostre menti abbandonano in breve le preoccupazioni del canyon selvaggio legate alla mera sopravvivenza e ritornano ad occuparsi di questioni organizzative e del proseguo del viaggio: primo problema su tutti i nostri bagagli. Pertanto prima ancora di concederci una meritatissima e agognata insalata fresca più frutta, innaffiata da bevande fresche varie, ci rechiamo all’ingresso per chiedere notizie delle nostre valige, ma le nostre speranze vengono frustrate: nessuna notizia di bagagli recapitati a nome nostro. Elisa prova a contattare telefonicamente l’aeroporto e riesce a capire che i nostri bagagli sono stati affidati ad un corriere della Fedex, ma che non arriveranno al Grand Canyon perché si trovano a Las Vegas. Rimaniamo nel dubbio di non aver capito bene l’impiegato dall’altra parte del filo del telefono, ma in ogni caso non possiamo fermarci qui, non abbiamo più il posto prenotato per dormire e non c’è nulla di libero nelle vicinanze. Non ci resta che ripartire, ma non prima di aver assaporato un buon caffè americano, alla volta di Williams dove contiamo di trovare un motel, rimetterci in forze e approfondire con più calma il mistero dei nostri bagagli. L’ora abbondante che impieghiamo a percorrere le cinquanta miglia che ci separano dalla cittadina appare un’eternità: le braccia si aggrappano mollemente al volante e sento le palpebre appesantirsi sempre più fino a quasi chiudersi, mentre il resto del gruppo si abbandona ad un primo meritato riposo. Poi finalmente giungiamo a destinazione e in breve troviamo anche un discreto motel gestito da una gentile signora di mezz’età e con prezzi discretamente modici: 110 $ comprese tasse e colazione. Entriamo in stanza e ci applichiamo con dedizione ad un’epica doccia e alla sistemazione del nostro misero bagaglio. Poi programmiamo di riposarci per una, due orette, riprovare a telefonare per cercare i nostri bagagli e poi sbranare una bisteccona in qualche ristorante della zona. Mettiamo in atto la prima parte del piano; quando apro gli occhi l’orologio sul comodino segna le 10 di sera, Elisa e Giulia dormono alla grossa. Resto un attimo, ma solo un attimo indeciso sul da farsi, poi mi giro dall’altra parte, mi riunisco alla compagnia e mi riaddormento beatamente fino alla mattina successiva.
VENERDI 20/06 WILLIAMS – LAS VEGAS
Dopo 13 – 14 ore di sonno, finalmente riposati possiamo dedicarci a una robusta colazione che ci viene offerta in un simpatico buffet all’aperto. Rifocillati al punto giusto ci informiamo sull’ubicazione del telefono pubblico più vicino: per nostra grande fortuna, la signora del motel ci offre di telefonare dal telefono del motel e rimane vicino a noi durante la serie disperata di chiamate di Elisa, prima alla British Airways, poi alla Fedex, poi al Circus Circus hotel di Las Vegas e assiste al nostro sconforto davanti alla serie di “scarica barile” degli impiegati interpellati alla fine dei quali i nostri bagagli ci sembrano perduti chissà dove. Il corriere dichiara di aver consegnato i bagagli all’hotel Circus Circus, agli impiegati dell’hotel non risulta di aver ricevuto nulla. Las Vegas dista circa 400 miglia in direzione opposta al percorso programmato: ci conviene rischiare un viaggio per poi non trovare nulla? Ad un tratto, come il leggendario VII° cavalleggeri, irrompe la signora del motel e, con aria seccata, prende in mano la cornetta del telefono e con tono di voce perentorio, intima all’impiegato che menava il can per l’aia ad Elisa, di passarle il direttore. Dopo qualche passaggio attraverso risposte evasive e le conseguenti domande incalzanti della signora, alla fine finalmente questa ci porge un foglietto con le coordinate dei nostri bagagli, depositati presso un locale del Circus Circus hotel e con il nome e cognome di chi all’altro capo del telefono aveva ammesso la loro presenza. Ringraziamo la signora per l’intervento provvidenziale e a questo punto cambiamo programma con destinazione Las Vegas per riprenderci quello è nostro. La strada è abbastanza lunga e, in aggiunta, preso dall’euforia, imbocco per qualche miglio la direzione sbagliata. Dopo aver letto qualche indicazione che non corrispondeva alle aspettative, ci accorgiamo dell’errore e riprendiamo la marcia, nella direzione giusta. La strada corre lungo un paesaggio monotono e desolato, in parte già percorso all’andata attraverso il territorio dell’Arizona: solo i cactus che regnano padroni incontrastati nella zona, riescono a suscitare qualche entusiasmo in particolare in Elisa, appassionata di piante spinose. Passati in Nevada il paesaggio cambia repentinamente: siamo sempre in pieno deserto, ma più movimentato in un’alternanza di rilievi rocciosi. Superiamo la diga Hoover Dam sul Colorado e verso le 13 raggiungiamo Las Vegas. Le apprensioni sulle difficoltà di raggiungere l’hotel si dileguano subito: esiste in sostanza una via principale dove si affacciano la gran parte degli hotel di extra lusso, compreso il Circus Circus hotel. Parlare di hotel è decisamente riduttivo, perché arrivati a destinazione ci troviamo al cospetto di una città nella città e realizziamo anche come sia stato possibile che alla reception dell’hotel non si fossero accorti dell’arrivo dei nostri bagagli. Troviamo in qualche modo parcheggio e chiedendo informazioni ad ogni inserviente che avevamo la fortuna d’incontrare, procediamo attraverso immensi saloni disseminati da centinaia di slot machine, lungo vie costellate di boutique e banchetti di ogni tipo e addirittura attraverso un padiglione dotato di ottovolante ed n trapezisti svolazzanti da una piattaforma all’altra. Finalmente giungiamo alla nostra meta, il business office, i cui impiegati non brillano certo per cordialità. Paghiamo ancora, masticando amaro tra i denti, una tassa di deposito di 25$ poi, dopo aver percorso a ritroso gli stessi ambienti e dopo qualche incertezza sul desk dove esibire la ricevuta per il ritiro, finalmente si materializzano davanti ai nostri occhi i bagagli. Sono proprio loro. Incredibile, non ci speravamo proprio più! Scopriamo anche il perchè dell’errore di destinazione: sull’etichetta insieme al cognome di Elisa, avevano erroneamente inserito il nome di un certo Sig.Brown, sicuramente un poveraccio che probabilmente sarà dovuto andare a recuperare le sue valigie al Grand Canyon o chissà dove…. Usciamo contenti dal Circus Circus hotel, ma frastornati. Dobbiamo trovare un posto dove passare la notte, ma preferiamo rivolgerci ad un luogo meno caotico. Pertanto caricato finalmente tutto in macchina e chiusa la parentesi valige, partiamo alla ricerca di un motel che ci possa ispirare, magari anche con piscina, visto il caldo terribile che regna a Las Vegas. Abbiamo tempo e ne approfittiamo per imboccare Las Vegas boulevard e percorrerlo in tutta la sua lunghezza alla scoperta delle meraviglie della città. Assistiamo a bocca aperta al festival dello spreco, dell’immagine distorta, della finzione, dello sfarzo, ma un bel festival, a cui una tantum, fa piacere assistere come spettatori. Riusciamo anche a trovare un discreto motel con piscina a prezzi modici anche se Elisa, non si spiega bene o forse viene presa da manie di grandezza e fissa una camera da 3 letti. In questa città, continuo inno allo spreco è forse uno dei modi meno dispendiosi per adeguarsi al consumismo sfrenato. Ci godiamo un rilassante bagno in piscina seguito da una doccia tonificante e siamo pronti per il giro della città. Commettiamo subito un errore: decidiamo di utilizzare la monorotaia che vediamo con curiosità scorrere a mezz’altezza davanti a noi e acquistiamo i biglietti giornalieri pensando di poterla utilizzare come una metropolitana. Ma il mezzo si rivela poco pratico: non è sempre facile orizzontarsi all’arrivo delle fermate, né individuarle in partenza, perché sono situate all’interno dei vari mega hotel. Probabilmente al contrario di quello che abbiamo fatto noi che siamo scesi alla prima fermata, il miglior modo per utilizzarlo, specie se si è spostati rispetto al centro, è di effettuare la tratta più lunga e avvicinarsi a piedi progressivamente. Comunque noi scendiamo subito alla prima fermata, Hotel Hilton, dove dopo varie incertezze sulla direzione da prendere, visitiamo lo Star Trek Center, acquistiamo birra Romulana, ma rinunciamo alla Star Trek Experience che riteniamo troppo costosa (40$ a testa). Usciti dall’Hilton l’intenzione è di dirigerci al, per noi tristemente famoso, Circus Circus per osservare le attrazioni e magari cenare in qualche ristorantino. Ma ci sudiamo la nostra meta: prima fatichiamo ad orientarci, poi ci tocca almeno una mezz’oretta di cammino. Alla fine le porte del Circus Circus si schiudono mostrandoci il mondo fittizio che brulica all’interno. Ci concediamo una cena a base di carne, grigliata mista con disgustosa salsa barbecue noi, ottima New York sirloin Giulia. Poi girovaghiamo mollemente nei lunghi corridoi e attraverso le immense sale da gioco rilucenti di mille colori brillanti e risonanti delle tonalità metalliche delle musiche emesse dalle slot machine. Assistiamo alla parte finale di uno spettacolo di acrobati al trapezio e poi usciamo. Appena fuori della porta, una vampa di calore ci assale, sorprendendoci dopo il tempo passato al fresco intenso dell’aria condizionata: sono le nove di sera passate, ci aspettavamo la frescura della sera, subiamo invece il rovente alito del deserto. Facciamo ancora quattro passi lungo Las Vegas Boulevard, assistiamo davanti ad un casinò alla rappresentazione di una battaglia navale con effetti davvero sbalorditivi, entriamo nel casinò Venice e passeggiamo, illuminati da una luce che appare naturale, lungo i calli, ricostruiti fedelmente a quelli originali, fiancheggiati da canali percorsi da improbabili gondolieri che senza pudore cantano a squarciagola il classico italianissimo“’O sole mio”. Infine ci arrendiamo alla stanchezza e decidiamo di tornare indietro. Fatichiamo non poco ad individuare la fermata della monorotaia, non arriviamo più in tempo per assaggiare la birra Romulana allo Star Trek Center e arriviamo al motel con sentimenti contrastanti: contenti perché finalmente si dorme con il bagaglio al completo, un po’ stressati per la giornata frenetica e per non essere riusciti a sfruttare come volevamo la giornata a Las Vegas. Poi probabilmente influisce anche la sensazione di vuoto che la città offre di sé. Quanta brutta gente che abbiamo incontrato! Dai papponi attorniati da pseudoprostitute starnazzanti ostentata allegria, alle persone di tutte le età ed estrazioni sociali sedute al tavolo dal gioco con un bicchiere di lato nella trepida attesa di una giocata vincente, tutte officianti il sontuoso rito di adorazione in nome del dio denaro e di santa apparenza.
SABATO 21/06 LAS VEGAS – BRYCE CANYON
Ci risvegliamo riposati nel motel, improvvisiamo una piccola colazione consumando i succhi d’arancia superstiti dall’impresa del canyon, ancora qualche minuto per un bagno in piscina e poi siamo già in strada in direzione est, verso il Bryce Canyon. Percorriamo adesso l’highway 15 verso il nord del Nevada in uno sterminato deserto piatto, con la sensazione di scorrere lungo un infinito nastro d’asfalto incandescente steso ad attraversare un nulla punteggiato di qua e di là da rocce e cactus. Pochi sono gli svincoli che s’incontrano e danno anch’essi su strade che si perdono nel nulla. Tra una stazione di rifornimento e l’altra possono passare anche 100 miglia e la cartellonistica stradale lo sottolinea minacciosamente, invitando a controllare il livello dei serbatoi. Usciti dal Nevada, attraversiamo un angolo di Arizona, quindi si entra nello Utah. Qui il paesaggio muta nuovamente e sempre seguendo l’interminabile autostrada serpeggiamo tra enormi rocce testimoni di antichi sconvolgimenti geologici tanto affascinanti quanto inquietanti. Piano piano ricompare la vegetazione arborea e si inizia a salire di quota. Sempre in direzione Bryce Canyon, dopo aver svoltato in prossimità di Cedar City scegliamo di attraversare il percorso panoramico tracciato dalla strada 143 che svalica a quasi tremila metri tra panorami mozzafiato di montagne, foreste e praterie dalle quali i cervi occhieggiano indifferenti al nostro passaggio. Assistiamo persino all’intervento spericolato di uno sceriffo che, testimone del sorpasso temerario di un autovettura, si impegna in una inversione a U degna dei migliori polizieschi americani, la raggiunge superandoci a sua volta e la persegue con tanto di spiegamento di sirene e luci rosse e blu. Tornati in valle, imbocchiamo la strada per il Bryce, rimanendo incantati subito dopo dal suggestivo colore rosso intenso delle rocce del Red Canyon. E questo è solo l’inizio. Arriviamo nel parco nel tardo pomeriggio, ma dopo esserci autoregistrati nel campeggio, e dopo aver piazzato la tenda abbiamo ancora il tempo per una visita dei punti panoramici del parco. Acquisiamo le necessarie informazioni al Visitor Center e, verificata la fisionomia del parco, costituito da punti panoramici accessibili direttamente con la macchina, decidiamo di partire diretti al punto più lontano e poi ritornare facendo tappa ad ogni sosta indicata. Raggiungiamo pertanto Rainbow point ci affacciamo al punto panoramico e scopriamo una valle incantata costellata da miriadi di pinnacoli rossi, rosati, ocra, biancastri che stretti come un esercito in formazione si ergono fieri a perdita d’occhio nella conca sottostante. Ci colmiamo d’immensità assaporandoci lentamente questo gioiellino della natura. All’ultima tappa, Giulia ci concede (bontà sua!) una mini escursione di qualche centinaio di metri lungo il Navajo Loop, sentiero che scende nella valle in mezzo ai pinnacoli variopinti. Poi mentre ci dirigiamo verso il locale situato ai confini del parco per la cena, veniamo rapiti dallo spettacolo di un cervo maschio che gioca con i suoi due cerbiatti al lato della strada disegnando piroette e ampi cerchi nella vasta prateria. Concludiamo la sera con un bisteccone gigante ed il piatto del cowboy, spezzatino di carne con cipolle, carote e patate.
DOMENICA 22/06/08 BRYCE CANYON – MONTICELLO
Finalmente con l’attrezzatura al completo, la notte in campeggio trascorre perfettamente. Riceviamo anche la visita dei ranger ad interrogarci sui movimenti osservati nella notte passata: incredibilmente sembra che i nostri vicini siano stati derubati. Ma noi non abbiamo sentito nulla. Ritiriamo i nostri bagagli in macchina e ci concediamo un’altra puntata ad Inspiration point, il punto di osservazione che ci sembrato maggiormente suggestivo per completare il tour e osservare il panorama con una luce diversa dalla sera prima. Poi ci dedichiamo ad una robusta colazione prima di ripartire verso Ardea. Attraversiamo una verde valle piena di mandrie al pascolo, solcata da un fiume preso d’assalto da canoisti e raftisti, qualche paese sperduto dall’aria decisamente western rimanendo ad un’altitudine compresa tra 1700 e 2000 metri, poi scendiamo ed il paesaggio cambia radicalmente. La vegetazione scompare per lasciare il posto ad aridi canyon scavati in un paesaggio dall’aspetto lunare, con rocce di colori che variano dal rosso intenso ferroso, all’ocra, al viola, talvolta al verde. Rocce che si ergono maestose ed osservano severe lo scorrere delle macchine attraverso l’highway che ardita s’incunea in esse talvolta scavalcandole, più spesso insinuandosi nelle loro strette valli. Anche la temperatura, prima gradevole, volge al caldo torrido e secco. Sono le 15,30 passate e arriviamo al parco degli Archi nella calura più assoluta. Per fortuna il cielo è parzialmente nuvoloso e schermando il sole rende il clima un pochino più sopportabile. Imbocchiamo in auto la strada che conduce all’interno del parco costeggiando strane formazioni rocciose. Gli archi ci aspettano in fondo all’itinerario, nelle ultime aree. Il colore dominante è il rosso acceso, ma nelle valli vicine le rocce fanno intuire altre sfumature di colori. Sono indicati alcuni percorsi da affrontare a piedi, alcuni molto suggestivi, ma la temperatura ci scoraggia. Ci concediamo lo stretto indispensabile, rappresentato dalla breve camminata verso il punto panoramico che si affaccia sul Delicate Arch, della lunghezza di 2 chilometri e, in solitaria con Giulia a fianco (incredibile!), dai 1,3 chilometri del sentiero che conduce all’arco ripreso dallo stato dello Utah come simbolo. Nonostante gli sforzi per velocizzare la visita, l’orologio è impietoso e mostra già le 18: il programma avrebbe previsto l’arrivo a Durango in serata, ma siamo lontani ancora 150 miglia e rischiamo di perdere troppo tempo. Si prende a malincuore la decisione di proseguire in direzione Monument Valley, tagliando quindi di fatto Durango ed il parco di Mesa Verde: il contrattempo per il recupero dei bagagli ci è stato fatale e non vogliamo trasformare questo bellissimo, ma impegnativo viaggio in una corsa frenetica. Ci fermiamo a dormire a Monticello, gradevole cittadina montana a circa 2200 metri di altitudine, dove facciamo rifornimento di benzina, ci installiamo in un discreto motel e, soprattutto ci rilassiamo in un buon ristorante con una bisteccona, insalata e trota dello Utah per Giulia che è stufa di carne.
LUNEDI 23/06 MONTICELLO – MONUMENT VALLEY – LAS VEGAS
Facciamo colazione in un localino specializzato in breakfast quasi davanti al motel, sulla strada statale e partiamo in direzione Monument valley. A poco a poco la strada ritorna ad attraversare zone che da verdeggianti e ricche di animali (frequente la cartellonistica sul pericolo della presenza di cervi sulla strada a seguito delle migrazioni), ripropongono l’aspetto arido del deserto. Ma con che paesaggi! Tutto intorno a noi rocce con varie tonalità di rosso e le praterie aride occupate il secolo scorso da migliaia di indiani: si entra ufficialmente nel mondo dei western! Infatti, in corrispondenza di un ponte sul fiume San Juan, un’incredibile ricchezza di acqua nel pieno di un deserto rosso, ecco comparire il cartello di benvenuto a Navajoland. Qualche miglio e sullo sfondo, immerso in un panorama dagli orizzonti sconfinati, ecco stagliarsi i classici rilievi delle rocce della Monument valley: fermiamo la macchina in un’area di sosta per qualche foto e qualche minuto di contemplazione estatica per i luoghi che furono sacri agli indiani e che per noi conservano una sorta di suggestione magica, velata di malinconia, per la sorte che è stata riservata ai nativi del posto. Affrontiamo con emozione crescente i sali scendi lungo i quali la strada corre avvicinandosi sempre di più alla meta, ci concediamo qualche sosta alle bancarelle dove acquistare bigiotteria artigianale del posto e giungiamo verso mezzogiorno all’ingresso del parco. Fa caldissimo, ma un leggero vento concede un minimo di sollievo. Le iniziative a portata di mano consistono in una visita guidata su un trenino a ruote e in una escursione a cavallo. La cavalcata americana era una delle attività che avevamo in programma di realizzare, pertanto, con entusiasmo alle stelle, decidiamo che è ora di mettere in atto il progetto. Raggiungere la scuderia è già un’impresa: è necessario infatti percorrere la strada che si addentra nel parco per alcune miglia, sterrata, piena di buche e, peggio di tutto, sabbiosa. Con fatica raggiungiamo la meta e, dopo aver indossato i pantaloni lunghi, balziamo in sella in compagnia di un indiano autentico facendo il nostro ingresso nel mondo dei western per una mezz’ora di cavalcata da sogno. Giulia non ha problemi in sella, forte degli anni passati all’ippica, ma io ed Elisa non siamo altrettanto a nostro agio. Per fortuna i cavalli mantengono l’andatura al passo e ci consentono di assaporare lo spettacolo dell’altipiano in tutta la sua bellezza: tutto attorno ciuffi d’erba di varia intensità di verde contrastano con il rosso della terra e delle rocce, il cielo è azzurro terso punteggiato da qualche rara nuvola. Qualche scoiattolino fugge dai rari alberi che incontriamo, spaventato al nostro passaggio o da chissà quale altra minaccia oscura. Il nostro sguardo avido, cerca invano qualche movimento nel terreno a scoprire qualche temibile rattle snake. Una mezz’ora che non scorderemo facilmente. Ci rechiamo al Visitor Center non senza incontrare qualche difficoltà sulla sabbiosissima strada del ritorno e ci concediamo due bei piatti di frutta fresca, un Navajo taco (veramente delizioso) caffè e qualche souvenir: un coltello per un amico, una freccia indiana, qualche cartolina. Ripartiamo che sono già le 14 passate con una certa frenesia: ci addolora abbandonare questo luogo fantastico, ma la strada che dobbiamo ancora percorrere oggi è davvero lunga: vogliamo raggiungere Las Vegas passando per il parco di Zion. A Page ci concediamo una breve sosta per benzina e caffè in un locale indiano, in tempo per goderci, al riparo, l’arrivo di una breve tempesta di sabbia. Arriviamo a Zion verso le 18 nuovamente incantati dallo spettacolo delle rocce “a scacchiera” che costeggiano la tortuosa strada e ripromettendoci di tornare un anno o l’altro per dedicare loro una visita approfondita, poi riprendiamo la strada, dopo una serie impressionante di tornanti. Ormai è quasi buio, ma il nostro obiettivo rimane Las Vegas, costi quel che costi. Giulia è stanca e affamata, Elisa dolorante perché l’ora della cena e della pastiglia è passata da un pezzo, io carico di caffeina, vado avanti per la mia strada. Alla fine raggiungiamo Las Vegas che sono le 22,30. Per fortuna conosciamo già il motel provato qualche giorno fa e ci dirigiamo a colpo sicuro al suo indirizzo. Qui ci attende un’amara sorpresa: la carta di credito di Elisa, che già non aveva funzionato a Ponticello, continua a non funzionare, mettendoci nel panico più assoluto: smagnetizzata? Clonata? Al momento non possiamo fare altro che pagare con la mia carta di credito in attesa di telefonare l’indomani mattina, tenendo conto del fuso orario alla banca. Facciamo un giro nello store davanti al motel per procurarci qualcosa da mangiare, mi tuffo con Giulia nella piscina per rilassarmi dopo il viaggio e finalmente, dopo aver mangiato qualcosa, possiamo abbandonarci ad un sonno profondo.
MARTEDI’ 24/06 LAS VEGAS – DEATH VALLEY – ISABELLA LAKE
Dopo una notte un po’ agitata per via della carta di credito mi sveglio alle 7,30 (16,30 in Italia) e costringo Elisa ad alzarsi e a telefonare in banca (di telefonare al N° verde proprio non mi veniva in mente). Dopo una serie di chiamate, scopriamo che la carta era stata bloccata davvero, ma dalla banca e a scopo precauzionale (!?). Ma vaffanculo!!! Tranquillizzati e con la carta alfine sbloccata, ci rilassiamo con un bagno in piscina e poi dedichiamo la mattina ad un giro per i luoghi di Las Vegas che non eravamo riusciti a vedere nella visita precedente. Pertanto iniziamo con una degna colazione da Whytt, seguito da un giro di shopping per le donne da Zara, dall’attraversamento di un centro commerciale, una visita a Paris dove perdiamo 10$ alla roulette e 5$ alla slot machine, una curiosata all’interno dello Cesar Palace, e infine una breve sosta davanti ai giochi d’acqua delle fontane. Alla fine riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso la Death Valley. Dopo qualche giro di troppo per uscire da Las Vegas, prendiamo la 95, forse non la strada più corta, ma la più rassicurante in quanto autostrada, e ci ritroviamo in pieno deserto. Un deserto che ci accompagnerà per tutta la giornata. Arriviamo all’ingresso del parco, dopo aver varcato felicemente il confine della California, verso le 16, in tempo per una foto davanti al cartello e per una puntura dall’unico tafano in grado di sopravvivere a queste temperature. La vittima è Giulia. Da qui puntiamo subito, per una visione d’insieme al Dante’s view, belvedere (si fa per dire) situato a 1600 metri di altitudine a sovrastare l’inquietante valle. Dopo una breve passeggiata e la mia conquista in solitaria della cima a fianco del parcheggio, scendiamo in macchina fino allo Zabrieskie Point dove incontriamo altre due coppie di italiani e ammiriamo lo spettacolo delle varie tonalità giallo ocra delle rocce. Arriviamo quindi a Fornace Creek per una puntata al centro visitatori, ma troviamo tutto desolatamente chiuso. Il panorama è suggestivo, ma al tempo stesso sconfortante. Sono le 17, ci sarebbe un percorso a piedi suggerito dalla guida, ma il solo accenno all’argomento scatena un vespaio che mi induce a rinunciare seppur a malincuore all’itinerario e alle rocce dai tenui colori pastello. Riprendiamo pertanto la macchina e ci dirigiamo verso ovest in direzione del parco delle sequoie, senza immaginare quello che ci avrebbe atteso lungo il percorso. Seguiamo la strada che ora corre attraversando la valle della morte costeggiando sporadiche dune di sabbia emergenti qua e là nella desolante distesa di sale. Siamo sotto il livello del mare, in piena depressione. Troviamo, come un’oasi nel deserto (appunto) un distributore di benzina dove facciamo il pieno e uno spaccio dove oltre ad una pinta di caffè facciamo scorta d’acqua. Riprendiamo la strada che inizia ad inerpicarsi fino a raggiungere quota mille per poi, con nostro grande disappunto, ridiscendere in un’altra valle anch’essa completamente desolata e ricoperta di sale. Poi risale di nuovo descrivendo numerose curve ed inerpicandosi nuovamente su versanti scuri e pietrosi, chiaramente di origine vulcanica che manifestano in modo chiarissimo la capacità del nostro pianeta di riuscire a rendersi inospitale. L’unico segno di vita che incontriamo, oltre a qualche rarissima macchina in senso contrario, è rappresentato da un villaggio costituito da 2 – 3 baracche malmesse e qualche roulotte. Benedico il benzinaio incontrato all’uscita dalla valle della morte. Un cartello indica il termine del Parco Nazionale, ma il panorama attorno a noi non cambia: deserto e rocce. Viaggiamo da soli lungo interminabili saliscendi punteggiati da Joshua Tree che si ergono dritti e severi contro il sole che ormai è prossimo al tramonto e scortati da una linea di pali elettrici di legno unica confortante testimonianza della presenza della civiltà in questa inquietante landa infernale. Riusciamo a giungere finalmente a valle, ma la situazione non migliora. La superstrada 395 che imbocchiamo in direzione sud attraversa paesi quasi fantasma, dove risulta davvero improponibile pensare di adattarci per una sosta ristoratrice e pertanto, continuando la marcia, ci ritroviamo in viaggio nel buio totale della notte rischiarato dalla luce degli incendi che si stanno sviluppando più a nord sulle montagne. Non saranno per caso le montagne dei parchi nazionali? Continuiamo il viaggio in attesa di trovare una risposta ai nostri dubbi e, soprattutto, un motel in grado di ospitarci, ma senza punti di riferimento precisi. Le miglia scorrono una dopo l’altra lungo la strada che adesso è la 178 in direzione Lake Isabella. Lungo il percorso incrociamo un locale e, forse per la smania di arrivare ancora un poco in là, lo superiamo. Continuiamo ancora nella notte con un po’ di angoscia per essere in una strada completamente deserta: 34 miglia di curve e tornanti tra Joshua Tree spettrali che fanno capolino di tanto in tanto sulla strada nel buio della notte e successivamente attraverso una vegetazione meno desertica, più arborea, ma sempre con la vana speranza di avvistare dietro la curva successiva le luci di un paese e le insegna di un motel. Poi, dopo le delusioni patite ad ogni luce di casa privata non seguita da un paese propriamente detto, finalmente troviamo un’area di servizio dove acquistare qualcosa di commestibile e chiedere informazioni sul motel più vicino. Qui si dissolvono le nostre preoccupazioni: infatti mezzo miglio più avanti troviamo il motel, praticamente ai bordi di Isabella Lake. Un motel vecchiotto, gestito da una cordiale signora vedova: sono le 9,45 p.m. un cartello indica l’orario di chiusura della reception alle 10 p.m.: ci è andata bene. La signora ci accoglie con simpatia e ci trattiene con le sue chiacchiere, poi resasi conto del nostro stravolgimento, concede il via libera verso la camera, verso una cena improvvisata e soprattutto verso un buon sonno ristoratore.
MERCOLEDI’ 25/06 LAKE ISABELLA – SEQUOIA NATIONAL PARK
Dopo una frugale colazione al motel da cui finalmente, grazie alla luce del giorno, riusciamo a visualizzare il lago, ci dedichiamo ad una seconda colazione, più seria ed americana a Kernville, dove riusciamo a chiarirci le idee sulla situazione incendi: livello massimo di attenzione, problemi grossi sulla costa e nei dintorni dello Yosemite, ma nulla di segnalato dalle sequoie. Ritrovati in macchina, ci coglie un attimo di indecisione: non si vedono indicazioni per raggiungere il Sequoia N.P. e abbiamo qualche dubbio su quale direzione prendere. Chieste le dovute informazioni, ci mettono davanti a due possibilità: tornare indietro di qualche miglio ed imboccare la strada più diretta (soluzione che sarebbe stato più saggio scegliere) oppure proseguire lungo il fiume percorrendo una strada più tortuosa, ma anche fuori dai circuiti turistici. Affrontiamo la strada con entusiasmo, e in effetti ci inoltriamo lungo una valle bellissima, molto simile alle nostre vallate cuneesi, in particolare la val Maira, incontrando vari campeggiatori – pescatori sistemati in aree di sosta con tenda e attrezzatura varia. Non che la digressione sia stata priva di spunti interessanti, abbiamo avvistato qualche sequoia e dei paesaggi montani superbi, ma ci è costata oltre ad una serie infinita di tornanti, il prezzo di cinque ore di viaggio rispetto alle due preventivate e 2000 metri di dislivello in un’interminabile serie di saliscendi. Ma alla fine raggiungiamo il parco delle sequoie ed il suo visitor center, alla ricerca del campeggio, possibilmente in quota perchè il clima è piuttosto afoso. Ci toccano ancora due orette buone di macchina prima di raggiungere il primo campeggio libero nella zona a noi congeniale. Le trascorriamo con gli occhi incollati ai finestrini, ipnotizzati dal fascino dei giganti buoni dalla corteccia rossiccia, che fin da bambini avevano stimolato la nostra fantasia e solleticato la nostra brama di viaggiare e di riuscire ad incontrarli un giorno. Il giorno è arrivato. E’ oggi. Non ci sembra vero. Il primo incontro di un certo spessore avviene poco dopo l’ingresso al parco con la vista dei “quattro guardiani”, 4 sequoie gigantesche collocate come sentinelle ai lati della strada che collega il Sequoia N.P. al King’s canyon N. P., poi lasciamo la macchina nel parcheggio per una sosta d’obbligo con breve camminata per ossequiare e ammirare da vicino il “Generale Sherman” l’albero più grande del mondo. Ci concediamo una sosta caffè e, appena partiti, ci lasciamo andare ad un’irrefrenabile risata nel vedere Elisa inondata dal suo caffè al primo sobbalzo della macchina (e come sempre la colpa è mia...). Elisa non ride, insulta. Nonostante tutto, caffè compreso, raggiungiamo la zona dei campeggi e troviamo ampia scelta di piazzole nel Sunset camping, piazzando la nostra tenda, non prima di numerose disquisizioni a proposito di esposizione, presenza di formiche giganti, vicinanza ai servizi e similari. Quando c’è abbondanza di scelta capita sempre così.
Sistemati i sacchi a pelo in tenda e nell’apposito contenitore tutto il materiale che emani un minimo odore in grado di attrarre orsi, rimane ancora il tempo per inoltrarci nel bosco e ammirare da vicino l’altra sequoia simbolo: il Generale Grant Tree. Poi ci presentiamo affamati al ristorante del Visitor Center, un discreto locale, dove ceniamo a base di buffalo chicken wings, caesar salade, new York steak e trota, variamente distribuite, il tutto coronato dai dolci della casa. Prima di andare a dormire non perdiamo l’occasione di perpetuare il rito del falò davanti alla tenda, sotto le stelle e lo sguardo severo di una sequoia: davanti al crepitare del fuoco ci sentiamo un po’ americani anche noi e sentiamo (o forse la sento solo io…) la mancanza della chitarra con cui suonare un po’ di Bruce Springsteen. Durante la notte, nel silenzio immacolato, un botto secco ci risveglia bruscamente. Esco assonnato per una verifica sommaria, ma non riesco a capire l’origine del rumore. Torno a dormire.
GIOVEDI’ 26/06 VISITA SEQUOIA N.P. E KING’S CANYON N.P. – PATTERSON
Mentre smontiamo la tenda capisco l’origine del botto della notte passata osservando le dimensioni di una pigna caduta al suolo: ebbene si, una pigna simile era caduta sul tetto di lamiera del bagno e aveva provocato quel rumore inquietante. Mistero risolto. Facciamo la solita abbondante colazione e partiamo in macchina lungo un percorso di montagna diretti a Roaring River Falls e successivamente a Zumvalt Meadow. La strada costeggia un canyon impressionante scavato dal King’s river, un fiume impetuoso che scorre a fondo valle con una violenza tale da rendere vietatissima qualsiasi attività comporti il contatto con le sue acque: non solo rafting, canoa o nuoto, ma addirittura l’avvicinamento delle sue sponde. Risolviamo con una breve scarpinata (brevità testimoniata dall’assenza di lamentele persino da parte di Giulia) il percorso che raggiunge le Roaring River Falls passando attraverso ceneri ardenti e ancora fumanti, testimoni di un recente incendio, ma senza perderci il gusto di infrangere la legge immergendo i nostri piedi nelle acque del fiume vietatissimo in corrispondenza dell’ansa formata dalle cascate. Ci dirigiamo quindi nuovamente in auto verso Zumvalt Meadow e, lungo il percorso Elisa coglie con la coda dell’occhio, la figura di un orsetto piccolo e magro che, probabilmente infastidito dalla cenere ardente, cerca riparo e refrigerio per le sue zampone su alcune rocce. Arrivati a Zumvalt Meadow, percorriamo l’anello predisposto attorno al fiume, attraversando nuovamente zone di foresta bruciata con ceneri ancora fumanti e addirittura qualche fiammella qua e là. La zona sembra comunque tenuta sotto controllo dalla costante presenza dei ranger che delimitano le zone percorribili e le separano da quelle a rischio. In ogni caso confesso che quando torno in macchina, mi sento leggermente meno in apprensione. Ripercorriamo la strada a ritroso e verso le 14 siamo al punto di partenza al Sequoia N.P.. Abbiamo ancora due zone da visitare, pertanto imbocchiamo la strada percorsa ieri e ci dirigiamo verso Moro Rock e Crescent Meadow. Cogliamo l’occasione per gustarci nuovamente, da un’angolazione diversa i gruppi di sequoie già incontrati. Poco dopo aver imboccato la deviazione per Crescent Meadow ci ritroviamo davanti ad una delle curiosità del parco, postazione ideale per una foto ricordo: il tronco di una sequoia disteso di traverso sulla strada scavato in modo da formare un tunnel sufficientemente largo da poter passare attraverso con l’auto. Ma prima di appostarci con la macchina per la foto di rito, sulla nostra sinistra compare, intenta a passeggiare con noncuranza assoluta, una coppia di orsi. Ci accostiamo prudentemente a lato della strada e ci gustiamo in silenzio lo spettacolo. Dopo aver arricchito il file della macchina fotografica con le immagini degli orsi e dell’auto nell’atto di attraversare il tronco della sequoia, andiamo alla conquista di Moro Rock, una roccia sistemata in un punto molto panoramico e molto esposto su cui è stata ricavata una scala scavata nella pietra che consente di arrivare fino in cima in discreta sicurezza. Nonostante scalini e passamano Giulia viene colta da vertigini e crisi di panico e torna indietro, io proseguo, ma la sommità è un po’ una delusione perché la foschia limita molto il panorama che s’intuisce debba essere notevole nelle giornate limpide: forse questa non è la stagione migliore per apprezzare lo spettacolo. Siamo sulla via del ritorno, prendiamo un caffè in tempo per fotografare una specie di ghiandaia azzurra che azzarda un atterraggio nei pressi della nostra panchina e poi ripartiamo in direzione S. Francisco. La strada è lunga. Più lunga di quanto avevamo preventivato e al manifestarsi dell’oscurità abbiamo ancora più di 100 miglia da percorrere. Cerchiamo pertanto un motel, ma nuovamente ci troviamo in una zona molto agricola senza molte possibilità e, soprattutto, nuovamente di notte. Usciamo a Patterson, la patria delle albicocche, ma non dei motel: non ne troviamo uno. All’uscita successiva troviamo però un Econolodge decente e lì facciamo tappa. Per la cena resistiamo alla tentazione del Mc Donald per rispetto ai nostri stomaci e ci accontentiamo di un latte e cacao nesquik e un tramezzino al tacchino rimediati nella stazione di servizio. Trascorriamo la notte sognando la king steak mancata e al cald
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