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Racconti di viaggio » Stati uniti

Yellowstone e Parchi Canada

di Gabriele Elisa Giulia Costadura

Un viaggio attraverso le meraviglie del parco più famoso del mondo e le montagne Rocciose canadesi


Yellowstone e Parchi CanadaI PARCHI DELL’OVEST (Gabriele, Elisa, Giulia Costadura)

VENERDI’ 17/06 VANCOUVER - BELLINGTON

Dopo il battesimo dell’America dell’anno scorso (Montreal, visita della parte est di Canada e Stati Uniti fino a Boston e ritorno passando per le cascate del Niagara), decidiamo che è il momento di visitare le regioni dell’ovest, soprattutto i grandi parchi naturali.
Arrivati all’aeroporto di Vancouver verifichiamo immediatamente che la sfiga del venerdì 17 non è una leggenda: una voce dall’altoparlante invita Mr. Costadura a presentarsi al banco dei bagagli “missing” e lì scopriamo di aver due valigie in sosta non preventivata, presumibilmente a Londra. Le valigie contengono scarponcini da trekking, giacche a vento, un sacco a pelo e altre piccole cose assolutamente indispensabili, se non al momento, sicuramente in campeggio: purtroppo abbiamo un appuntamento al Parco di Yellowstone, la prenotazione fissata da febbraio non consente deroghe, pertanto partiamo ugualmente, sperando di essere un giorno raggiunti dai nostri bagagli dispersi.

SABATO 18/06 BELLINGTON – WALLACE

Motel di Wallace, luna che spunta dal monte (facoltativo, ma non necessario canticchiare Bertoli), atmosfera rilassata: Giulia sul letto si dedica ai compiti (incredibile!), televisione accesa con audio in incomprensibile inglese da sottofondo, ticchettio di unghie di Elisa spizzicate dalle lame della taglierina. E’ il momento giusto per raccogliere le idee dopo 2 giorni assolutamente intensi vissuti a ritmo forsennato. Tutto si è svolto come da copione con l’eccezione dello smarrimento dei bagagli che hanno preferito farsi una notte supplementare a Londra e che speriamo non si trovino tanto bene da rimanere definitivamente in Inghilterra. Dopo il viaggio in aereo abbiamo affrontato le formalità all’aeroporto di Vancouver, in particolare le macchinose pratiche burocratiche e la scarsa cultura geografica degli impiegati che non riuscivano a capire che il parco di Yellowstone, unico recapito sicuro che eravamo in grado di lasciare, non si trova in British Columbia, ma negli Stati Uniti. Poi dopo le, questa volta, veloci formalità per il rilascio dell’auto già prenotata dall’Italia, mi ritrovo finalmente a guidare sulle strade canadesi, a Vancouver (!!) con la sensazione, dopo una fugace parentesi di un anno in Italia, di proseguire il sogno iniziato a Montreal l’anno scorso. E’ tutto molto bello, avverto quasi la sensazione di essere tornato a casa e tutto ciò è molto strano considerato che mi trovo esattamente dall’altra parte dell’oceano rispetto casa mia. Preso da queste riflessioni, giungo senza quasi accorgermi al confine con gli USA. Le formalità doganali si svolgono nella cordialità più assoluta, in particolare per la presenza di un loquace e simpatico agente italo americano. E’ proprio vero che che è sempre possibile incontrare in ogni parte d’America un nativo del posto in grado di vantare dei parenti lontani in Italia, ansioso di comunicartelo, quasi per coinvolgerti e dimostrare che ti considera almeno parzialmente un po’ di famiglia. Dopo la frontiera entriamo nello stato di Washington e percorriamo ancora qualche chilometro negli Stati Uniti, ma solo quelli strettamente necessari per avvistare il primo motel sulla strada e fare sosta immediata per un riposo rigenerante.
La mattina ci accoglie con un tempo nuvoloso. Una coppia nella stanza sopra la nostra litiga furiosamente: lei in particolare sembra particolarmente incazzata. Lui deve averla fatta proprio grossa. Il percorso prevede di raggiungere Spokane: esistono due possibilità, la sicura autostrada e la più corta e avvincente statale 2. Naturalmente scegliamo la seconda opzione che percorriamo tra brevi intervalli di pioggia e di sole, in un’alternanza di paesaggi fantastici: all’inizio montagne con boschi di conifere stupende fino allo Sthepan Pass dove un cerbiatto ci attraversa la strada senza conseguenze, poi le montagne si fanno più aride ed il paesaggio riporta alla mente i film western. La strada si snoda come un lungo nastro di asfalto, prevalentemente rettilinea e scorre all’inizio lungo una valle solcata da un fiume ricca di frutteti poi lungo un altipiano scavato in alcuni tratti a formare affascinanti canyon. A metà strada, dopo miglia e miglia di campi coltivati, nessun centro abitato e una fame crescente, troviamo nei pressi di Coclee City una beef house dove poter sbranare una bisteccona. Rifocillati a dovere, ripartiamo e raggiungiamo Spokane dove ci concediamo una breve sosta con il programma di visitare un “interessantissimo” parco giardino e acquistare qualche genere di prima necessità per compensare quanto rimasto in valigia a Londra: due obiettivi che non riusciamo a centrare. Decidiamo pertanto di ripartire e, dopo essere entrati nello Utah, arriviamo a Wallace, una cittadina mineraria dall’aspetto molto “western” famosa per l’estrazione dell’argento dove decidiamo di passare la notte. Ceniamo con provviste nostre nella camera del motel Stardust e andiamo a dormire sognando Yellowstone.

DOMENICA 19/06 WALLACE – GARDINER

Ci svegliamo dopo una dormita di una decina di ore che, come d’incanto, ha spazzato via mal di testa e stanchezza dovute probabilmente anche al fuso orario e facciamo una colazione casalinga in camera. E’ una stupenda giornata di sole e ne approfitto subito per una passeggiata mattutina alla scoperta della cittadina, per fare qualche fotografia e respirare un po’ di aria domenicale constatando che, anche oltreoceano, è esattamente uguale alla nostra. Ripartiamo lungo l’interstate 90 e ammiriamo nuovamente paesaggi incantevoli: prima montani, poi, giunti nel piano, valli solcate da placidi fiumi dove ci sembra di avvistare un’aquila (o comunque un grosso rapace dalla testa bianca) appollaiata su un tronco secco ed i primi bisonti al pascolo. Giungiamo per la sosta pranzo a Butte, una città stranissima, quasi deserta, che mostra in ogni angolo la sua origine e anche il suo presente di città mineraria. Pranziamo in un locale squisitamente americano, ci concediamo un breve giro esplorativo a piedi e poi riprendiamo il viaggio. Adesso il paesaggio che attraversiamo è meno attraente di questa mattina e a metà pomeriggio un po’ per necessità (phon, antizanzare, ecc.) un po’ per interrompere la monotonia, ci fermiamo in un centro commerciale a Bozeman, dove Giulia acquista un CD di April Lavigne che sarà la colonna sonora di tutto il viaggio. Ora Yellowstone si fa sempre più vicino, ce lo dice la cartina che consultiamo costantemente spuntando le località oltrepassate, ce lo ricordano i cartelli indicatori e le pubblicità sempre più in tema con il parco che si sta approssimando. Siamo comunque in anticipo rispetto ai tempi stabiliti, pertanto decidiamo di proseguire la nostra marcia fino a Gardiner, al confine con il Parco nazionale vero e proprio. Qui troviamo un motel carino e ospitale, il Westernaire, dove ci fermiamo per trascorrere la notte in attesa di raggiungere la nostra meta domani mattina. Abbiamo prenotato una cabina per tre notti al Mammoth Hot Spring che dista da qui pochi chilometri: ora siamo davvero praticamente arrivati. Domani inizierà l’avventura.

LUNEDI 20/06: YELLOWSTONE N.P. (MT. WASHBURN – NORRIS)

Dopo una colazione all’americana a Gardiner e una corsetta defatigante con cui ho varcato a piedi la soglia del parco, ci avviamo con la macchina verso il Visitor Center di Mammouth Hot Spring. Ci fermiamo davanti al cartello per la foto di rito e sostiamo davanti al gabbiotto dei rangers per il pagamento dell’ingresso. Ora i nostri occhi sono come carte assorbenti, attenti a qualunque cosa possa essere degna di attenzione e pronti a registrare le immagini che si dipanano davanti a noi: quelle del parco più bello del mondo. Arriviamo dopo una serie di tornanti a Mammoth Hot Spring e, sbrigate le formalità per la conferma della cabin, partiamo senza indugio. L’inserviente ci comunica che i bagagli non sono ancora arrivati. Il programma avrebbe previsto la salita sul Mt. Washburn quel che resta del vulcano che esplodendo formò la caldera di Yellowstone, a 3100 m di altitudine per ammirare il panorama del parco nella sua quasi interezza, ma la mancanza dell’attrezzatura ed in particolare degli scarponcini ci crea qualche perplessità. Alla fine però decidiamo di approfittare ugualmente della bella giornata di sole che abbiamo davanti e non variamo il programma. Carpe diem! Giulia non è contenta, ma questa non è una novità e non lo sarà per tutto il viaggio. Saliamo in macchina per avvicinarci al punto di partenza della scarpinata e, dopo alcuni metri ci fermiamo per fotografare un gruppo di mule deer che quasi sul ciglio della strada sembrano mettersi in posa come modelle vezzose. Subito dopo avvistiamo un cerbiatto. Poi ci fermiamo ad ammirare un laghetto stupendo con un airone sullo sfondo: ma la sosta acquista un valore aggiunto quando improvvisamente di materializza davanti a noi un coyote che, per nulla intimorito, si avvicina proseguendo la sua improrogabile esplorazione quel tanto che basta per essere ripreso in maniera soddisfacente dalla nostra macchina fotografica. A seguire incontriamo numerosi bisonti al pascolo, altri innumerevoli mule deer ed infine il parcheggio dove ha inizio il nostro sentiero. Non c’è una nuvola in cielo, ma un vento fortissimo che si fa sentire soprattutto quando giungiamo in vetta che conquistiamo, nonostante qualche zona ancora parzialmente innevata e le scarpe da ginnastica ai piedi, senza particolari problemi. Qui riusciamo a malapena a fotografarci vicino al cartello con i capelli sparati nella direzione del vento, poi ci dirigiamo velocemente verso la torretta di avvistamento antincendio che ci consente di sostare al riparo e di consumare una piccola colazione. Arrivati alla macchina ci sentiamo abbastanza stanchi: forse per aver camminato con le scarpe da ginnastica, forse per il sole a picco, forse per l’altitudine: qualunque cosa sia ci sentiamo tutti rotti. Ci dirigiamo comunque verso Norris ripassando da Mammouth Hot Spring perché la strada più corta che passa da Canyon Country è chiusa. Qui incontriamo altri mule deer, bisonti, un altro coyote. In seguito, in prossimità di un assembramento di auto a lato della strada, contenuto a fatica dai rangers, riusciamo a scorgere, con estrema difficoltà ed in lontananza una coppia di orsi neri cuccioli rifugiati sotto un tronco. Una prima soddisfazione: piccoli, in lontananza, ma gli orsi siamo riusciti a vederli già il primo giorno. La visita della zona di Norris viene esaurita però solo a metà: la stanchezza prende il sopravvento su di noi. Vediamo pertanto il Back Basin costellato da decine di stupende pozze di acqua calda dai variamente colorate e diversi punti di eruzione di geiger che però non ne hanno voluto sapere di darci la soddisfazione di farsi vedere in azione. Rimandiamo pertanto la visita di Porcelain Basin e puntiamo per la cena verso Canyon Country. Qui troviamo parecchio affollamento e finiamo di mangiare che è già buio. Questo m’inquieta leggermente perché guidare di notte è sconsigliabile perché aumenta moltissimo il rischio d’investire qualche animale. Procediamo quindi lentamente e veniamo premiati in quanto improvvisamente, abbagliato dalle nostre luci, appare un lupo sul ciglio della strada, e, senza attraversarla si rituffa nella vegetazione. O era un altro coyote? Non importa, comunque sia, dal punto di vista degli avvistamenti, la giornata non poteva essere più fruttuosa.

MARTEDI’ 21/6 YELLOWSTONE N.P. (LOWER GEYSER BASIN - OLD FAITHFUL – UPPER GEYSER BASIN)

Colazione robusta a Hot Mammouth Spring servita da ragazzi, verosimilmente studenti, provenienti da tutte le parti del mondo e in servizio a Yellowstone per uno stage di lavoro e pratica di inglese. Poi partenza verso Old Faithful, il vecchio fedele, geyser dalla puntualità famosa. La giornata è nuovamente bellissima, il sole splende, e prudenza consiglia l’acquisto di una crema protettiva. Ci giunge un’ottima notizia: le nostre valige sono in avvicinamento! Sono state segnalate nel vicino aeroporto e sono prossime alla consegna. Dopo qualche chilometro, in corrispondenza del solito intasamento di folla e automobili gestito sapientemente dai rangers, avvistiamo, più grosso e più vicino di ieri un orso bruno. La giornata inizia bene. Compaiono lungo la strada nelle quasi cento miglia che ci separano dalla nostra meta, mule deer, bisonti e un picchio rosso. Giungiamo al Lower Geyger Basin una zona geotermale dove oltre alle variopinte sorgenti d’acqua calda rimaniamo incantati da una pozza di fango bianco che ribolle come in un pentolone delle streghe. Giungiamo infine nella zona dell’Old Faithful dove, una volta verificato l’orario previsto per il prossimo sbruffo di acqua, ci mettiamo a sedere sugli spalti appositamente sistemati per lo spettacolo. Nell’attesa commentiamo ridendo un cartello esposto nell’ufficio dei rangers in cui si declinava ogni responsabilità sull’eventuale mancato rispetto degli orari esposti da parte del Vecchio Fedele…… Una giusta precauzione contro eventuali richieste di rimborsi….
Assistiamo allo spettacolo in tempo per verificare che il tempo ha subito un brusco cambiamento e che improvvisamente nuvole nerissime in veloce avvicinamento minacciano tempesta. E dalle minacce passano immediatamente ai fatti, costringendoci ad una rapida ritirata nel visitor center ad osservare dalle vetrate il suggestivo spettacolo del parco immerso nella pioggia e bersagliato da un’impressionante serie di fulmini. Per fortuna la pioggia si esaurisce in breve e ci lascia il tempo per visitare l’Upper geyser Basin, la zona attorno al Old Faithful. Percorriamo la passerella di legno disposta per il percorso consapevoli di osservare fenomeni di una suggestione unica. Di tutte le meraviglie incontrate ci rimangono particolarmente nel cuore la Chinese Spring forse più per l’aneddoto legato al suo cono, il Castle Geyser, la Cromatic e la Beauty Pool, il Grotto Geyser, il Riverside Geyser che abbiamo avuto l’onore di osservare all’opera e soprattutto la Morning Glory Pool, multicromatica piscina naturale talmente affascinante che mi sarei fermato ore a guardarla, sicuro di non stancarmi. Durante il percorso percepiamo con chiarezza una delle particolarità di questo posto, cioè che è molto difficile pianificare i tempi di una visita: è il parco che detta i tempi. Noi possiamo programmare i percorsi, stimare una tempistica approssimativa, ma è sufficiente l’incontro con un animale, l’eruzione di un geyser, un gioco di luce attraverso la foresta o un lago e i tempi si dilatano immediatamente. E il bello è che si viene dolcemente coinvolti dal ritmo imposto dal parco e ci si lascia accompagnare per mano nella visita scordando scadenze e tappe prefissate. Anche i geyser esigono un tributo del tuo tempo a loro discrezione e, tranne rare eccezioni rappresentate dall’Old Faithful, sanno premiare solo le attese più pazienti e fiduciose. Ecco, il ritmo della visita del parco è imposto dal Parco e per assaporare la sua dolcezza non resta che abbandonarsi docili, adeguandocisi.

MERCOLEDI’ 22/6 YELLOWSTONE N.P. (NORTH E SOUTH RIM TRAIL – GRAND CANYON – YELLOWSTONE LAKE - )

Un’altra giornata di sole spettacolare e ad illuminare ancora di più la giornata ci sono le nostre valigie ritrovate! Ci muoviamo in direzione Canyon Country con l’intenzione di seguire il North Rim Trail in macchina lungo la strada asfaltata che segue esattamente il sentiero del trekking e di percorrere a piedi il South Rim Trail. Questo programma ci consente di gustare al meglio il paesaggio da favola dominato dalla stupenda cascata che si getta nel canyon in mezzo a rocce dai singolari colori pastello. Infatti osserviamo il paesaggio da più angolazioni: dai punti panoramici indicati lungo la strada del North Rim e lungo tutto il sentiero del South Rim, che culmina nel punto di osservazione Artist Point. Qui si apprezza la cascata in lontananza lungo la prospettiva del canyon ornata dall’arcobaleno formato dalle nubi degli spruzzi di acqua in sospensione nell’aria, e fiancheggiata dai diversi colori dei minerali che compongono le rocce a picco sul fiume. Probabilmente incantate come noi da questa meraviglia, alcune aquile sovrastano eleganti e maestose il paesaggio stagliandosi ad ali spiegate sul cielo azzurro. Giulia si dissocia, da noi e dalle aquile, non le è piaciuta la scarpinata. Ritorniamo alla macchina per dirigerci verso Yellowstone Lake attraversiamo nuovamente paesaggi incantevoli di praterie costellate da placidi bufali al pascolo, mule deer, boschi attraversati da ruscelli e tratti di foresta bruciata, residuo dell’incendio che devastò il parco qualche anno fa, in cui è evidente però la rinascita impetuosa del sottobosco e il vigore della futura rinnovata foresta. Dopo una sosta pranzo sulle rive del lago, ci spingiamo in macchina verso un punto panoramico da cui poter osservare il panorama nel suo insieme ignari della sorpresa che ci sta attendendo. Lungo la strada avvistiamo nel prato a fianco, un giovane grizzly intento ad offrire uno spettacolo strepitoso di sé. Incurante del gruppetto di umani che nel frattempo si è formato per osservarlo, gironzola beato tra i fiori, annusa il terreno, assapora qualche radice, indugia qualche secondo per una grattatina poi, non contento si rotola sull’erba. Si rialza, volge verso di noi il suo sguardo, si avvicina alle macchine determinando una ritirata in ordine sparso degli spettatori ognuno a barricarsi nel proprio veicolo, passa oltre, noncurante degli sguardi atterriti, attraversa la strada e si allontana lentamente e placidamente lungo il suo percorso seguitando a svolgere la sua attività di cernita di radici e tuberi dal terreno. Lo spettacolo ci incanta e lasciamo che i minuti passino lenti mentre osserviamo questo meraviglioso documentario dal vivo. Riprendiamo infine la macchina per giungere al punto panoramico. Da qui osserviamo il lago mentre un rapace si alza in volo su di noi. Sulla strada del ritorno incontriamo dei pellicani sulla superficie del fiume e altri bisonti. Visitiamo la zona del Mud Volcano, ma l’immagine del grizzly è quella che ci rimane ancora impressa negli occhi. Prima di tornare al nostro alloggiamento passiamo ancora dal campeggio per verificare la possibilità di pernottare ancora due notti, dal momento che dobbiamo abbandonare la nostra cabin domani mattina: grandioso, si può! Qui, come in numerosi altri campeggi degli States, vige il sistema del self service: si occupano le piazzole libere per mezzo di un tagliando numerato con la legge del chi primo arriva meglio alloggia, si paga mettendo i soldi in una busta con il numero corrispondente al tagliando inserito sulla piazzola ed il gioco è fatto. Il sistema è semplice e funziona. I rangers sono comunque molto assidui e attenti a verificare la corretta gestione del campeggio. Facciamo ancora una puntata a Boiling River, dove la guida sostiene si possa fare un bagno rigenerante in pozze d’acqua calda, ma purtroppo il sito è chiuso al pubblico per presenza eccessiva di acqua. Siamo ancora un po’ fuori stagione. Pazienza. Ci rifugiamo a dormire per l’ultima notte nella cabin di Mammoth Hot Spring.

GIOVEDI’ 23/06 YELLOWSTONE N. P. (MAMMOUTH HOT SPRING – CAMPEGGIO – PORCELAIN BASIN – BEAVER PONDS TRAIL – NORRIS)

La sveglia impone di celebrare il triste rito della preparazione dei bagagli. Come da programma liberiamo la cabin prenotata dall’Italia fin da febbraio e visitiamo le vicine cascate di calcare di Mammouth Hot Spring. Avendo già avuto l’opportunità di visitare Pammukale in Turchia, ai tempi in cui era permesso immergersi nelle pozze di acqua tiepida, resto meno impressionato rispetto al resto della truppa, ma è comunque un gran bello spettacolo. Soprattutto il paesaggio nel suo insieme è particolarmente suggestivo, quasi irreale nell’effetto prodotto dalla nebbia sprigionata dal vapore di Canary Spring che sfuma i contorni e rende spettrali gli scheletri degli alberi che contorti s’innalzano dal terreno ormai privi di vita come in un horror d’autore. Rimandiamo al pomeriggio o a domani mattina il percorso dell’anello superiore e ci dirigiamo a Norris per occupare una piazzola decente e piazzare la tenda. Durante il percorso avvistiamo nel bosco vicino un orso bruno: sostiamo un buon quarto d’ora ad osservarlo fino a che non si allontana per seguire la sua strada, così noi possiamo proseguire per la nostra. Il campeggio è libero. Peccato che le piazzole lungo il fiume siano tutte occupate, ma quella che scegliamo non è male. Con la tenda piazzata, proseguiamo la visita verso Porcelain basin. Pranziamo a Canyon Village, poi avvistiamo lungo la strada, sempre dalla macchina, un canide in lontananza che vaga in mezzo alla prateria: è un lupo? E’ un coyote? Lo osserviamo per un po’ di tempo, poi proseguiamo divertiti. Decidiamo di sacrificare la visita ai bacini della zona di Old Faithful che non avevamo visto l’altro giorno, per affrontare la passeggiata di 5 m.i. del Beaver Ponds Trail, sperando di avvistare qualche castoro insonne. Iniziamo la passeggiata mentre nubi minacciose si addensano non proprio all’orizzonte, ma sulla nostra testa. Dopo circa una mezz’ora di cammino avvistiamo, dopo essere stati allertati da altri escursionisti, un orso bruno intento a procurarsi il necessario per il pranzo, per fortuna ad una discreta distanza. Effettivamente cambia molto lo stato d’animo quando si osserva un orso anche da vicino con la macchina a quindici centimetri di distanza e quando lo si vede lontano qualche centinaio di metri di distanza, ma ci sono solo le nostre gambe su cui fare affidamento in caso di pericolo. Continuiamo ancora per qualche minuto, poi valutiamo che il cielo si è fatto troppo minaccioso per rischiare e optiamo per una ritirata veloce. Infatti, facciamo appena in tempo ad arrivare alla macchina e affrontare il percorso stradale di Mammouth Hot Spring che si scatena una grandinata epica. Ci fermiamo in un’area di sosta ad osservare la natura che con un temporale in grande stile si scatena sulla foresta, sulle sorgenti calde, su un gruppo di mule deer raggruppati stretti tra di loro per ripararsi meglio e su un bisonte dall’aria veramente incazzatache sembra davvero non gradire tutto ciò. Ci sorge spontaneo un dubbio: la nostra tenda avrà resistito alla furia degli elementi? Meglio verificare! Appurato con estrema soddisfazione che l’interno è rimasto perfettamente asciutto, sacchi a pelo compresi, andiamo a cena al Canyon Village e, una volta usciti, verificato che la pioggia ha smesso di scendere e che il cielo appare sereno, propongo con entusiasmo una piccola escursione a Norris, a quattro passi dal nostro campeggio, per osservare i fenomeni geotermici al tramonto. La proposta viene accettata con scarso entusiasmo. Non importa: affrontiamo le passerelle di legno sospese sulle sorgenti calde in un’atmosfera davvero singolare, luce rossastra del tramonto, sfumata in varie tonalità da alcune nuvole che all’inizio appaiono lontane all’orizzonte. Poi, dopo alcune foto le nuvole sembrano farsi più vicine, infine, proprio quando siamo nel punto più lontano dalla macchina, le nuvole si materializzano proprio sulla nostra testa, si allargano, il cielo si fa nuovamente buio e si scatena il finimondo. Temporale con vista sui geyser, magnifico, ma ci bagniamo e non poco. Le donne non apprezzano e mi prendo un culo memorabile. Ci asciughiamo faticosamente nella macchina, mentre la pioggia è sempre più fitta. Arrivati alla nostra piazzola, con uno scatto olimpico, ci rifugiamo dalla macchina nella nostra tenda, mentre la grandine imperversa per tutta la sera. Cerchiamo di addormentarci, ma è difficile tra tuoni fragorosi e fulmini che rischiarano tutto attraverso il telo della tenda. Ad un certo punto, quasi improvvisamente come è arrivata, la pioggia interrompe il suo ticchettio. Finalmente potremo dormire tranquilli! Assolutamente no, a questo punto ha inizio un concerto di muggiti, barriti, ululati che lacera continuamente il silenzio della notte ci accompagna fino al mattino. Come si può non essere contenti anche se insonni dopo un’esperienza così.

VENERDI’ 24/06 YELLOWSTONE N.P. (BEAVER PONDS TRAIL – BOILING RIVER) – MISSOULA

Al giungere della mattina, in qualche modo ci svegliamo e verifichiamo con gioia che è nuovamente una bellissima giornata di sole. Nonostante ciò la tenda, anche se ha retto strenuamente alla furia degli elementi è ancora bagnata. Ci tocca pertanto smontare i teli e sistemare, come da protocollo ormai approvato da tempo, la parte più esterna bagnata sul lunotto posteriore della macchina, eletto ufficialmente asciugatoio da viaggio, e su cui vengono esposti, senza ormai più nessun ritegno ogni sorta di indumenti e biancheria. Anche quelli più intimi. Ritorniamo così con la macchina carica a Mammouth Hot Spring per l’ultima colazione a Yellowstone e per riprendere e concludere la passeggiata del beaver ponds trail,bruscamente interrotta ieri pomeriggio. Concludiamo il giro delle 2,5 miglia senza nessun avvistamento di animali, gustandoci qualche scorcio panoramico degno di nota, passando vicino ad una diga presumibilmente costruita da castori e con un certo affaticamento muscolare. Ricostituiamo la riserva alimentare in uno spaccio, ci consoliamo della mancata immersione nelle pozze di acqua calda del boiling river concedendoci un buon pediluvio nelle sue gelide acque e partiamo alla volta di Missoula dove arriviamo a sera. Qui ci sistemiamo in motel e mangiamo in un locale stile western una pizza innaffiata da due boccali di birra di cui uno offertoci da una gentile e graziosa cameriera.

SABATO 25/06 MISSOULA – GLACIER NATIONAL PARK (AVALANCHE LAKE)

Al risveglio ci accorgiamo che la lunga serie di splendide giornate di sole si è interrotta: il paesaggio è grigio con nuvole basse e a tratti piove. Le previsioni del tempo per la zona di Missoula danno pioggia fino a lunedì: speriamo si sbaglino. Mi consolo con la colazione e con le famose ciambelle che Homer Simpson divora continuamente: buone, ma mi terranno compagnia roteandomi stancamente nello stomaco per tutta la mattinata. Continuiamo il viaggio in direzione nord, verso il Glacier National Park in un paesaggio montano molto suggestivo. Arriviamo al Flathead Lake attraversando città accoglienti e vivaci, molto turistiche. Seguiamo la strada che costeggia la sponda ovest del lago incontrando poi Kalispell, cittadina di una dimensione maggiore rispetto alle altre incontrate e Whitefish. Sorge un problema: oggi è sabato, giorno in cui i parchi sono particolarmente affollati. Converrà sistemarci qui in qualche motel piuttosto che arrischiarci ad arrivare sino al Glacier e non trovare posto? Anche se il programma avrebbe previsto una sosta rilassante a Whitefish, dal momento che il posto non ci entusiasma, preferiamo continuare verso il parco, accollandoci il rischio di dover ritornare indietro per 20 miglia. Attraversiamo Columbia Falls, che troviamo molto brutta, Hungry Horse, molto più carina e accogliente, e arriviamo a West Glacier dove troviamo un motel a 3 miglia dall’ingresso del parco (Motel Vista) le cui camere offrono uno splendido panorama delle montagne attorno al parco. Qui decidiamo di stabilirci per la notte. Dopo esserci sistemati, abbiamo ancora il tempo per notare la presenza di 2 o 3 motel all’interno del parco e di fare un giro esplorativo al Visitor Center del Parco. Qui ci facciamo indicare le opportunità di trekking a disposizione tra cui scegliere quelle che possano mettere d’accordo il nostro entusiasmo e la pigrizia di Giulia. I ranger ci indicano 2 possibilità: Avalanche Lake, passeggiata di 4 miglia tra andata e ritorno e un trekking lungo la Going to the sun. Scegliamo di affrontare subito la prima in quanto il tempo, contrariamente alle previsioni, sembra mantenersi discreto. La passeggiata è bellissima: si segue prima un sentiero che si snoda costeggiando un torrente impetuoso fattosi strada tra le rocce scavando anse curiose e formando pozze d’acqua di colori incantevoli. Poi ci si inoltra in un maestoso bosco di cedri e aghifoglie per giungere, tutto sommato senza particolari sforzi, presso un lago di origine glaciale, l’Avalanche Lake, uno specchio d’acqua di media dimensione, di un colore azzurro verde davvero singolare e contornato da ripide pareti di roccia strapiombante (da cui si intuisce l’etimologia del nome) impreziosite da numerose cascate che dalla sommità si gettano a valle. Incontriamo lungo il cammino diversi mule deer e un piccolo serpente, che se non fosse stato per Giulia sarei andato molto vicino dal calpestare. Con la consulenza di alcuni compagni di avvistamento, abbiamo stabilito potesse trattarsi di un Tree snake, comunque non velenoso. Indugiamo qualche minuto sulle rive del lago e non rinunciamo al piacere di immergere i piedi nudi nell’acqua gelata. Il bagno, vista la temperatura esterna, non è stato nemmeno preso in considerazione, anche se tuffarsi in quell’acqua azzurro verde sarebbe stato un sogno. Quando ci rimettiamo in cammino la pioggia che inizia caderci sulla testa ci ricorda che al giorno d’oggi le previsioni meteorologiche difficilmente sbagliano. Per fortuna abbiamo delle mantelline, perfettamente impermeabili, ma non altrettanto stilose. Giulia non gradisce il genere di abbigliamento e subisce malvolentieri l’imposizione di indossarle ugualmente. Si ritorna con i musi lunghi. Giunti a valle non piove più e ci possiamo riposare sulle panchine sistemate sulla riva del bellissimo lago Mc Donald a scrivere qualche cartolina. Al ristorante del parco ci concediamo una discreta cena in compagnia dei colibrì che vengono a bere e mangiare presso delle apposite mangiatoie appese tutto intorno al locale. Ci addormentiamo sperando nella buona sorte che possa mantenere un tempo adeguato per concederci la passeggiata lungo la Going to the Sun, la strada che, tra l’altro, domani ci porterà in Canada costringendoci a salutare, non senza rammarico, gli Stati Uniti.

DOMENICA 26/06 – GLACIER NATIONAL PARK – CONFINE CANADA – BANFF N. P.

Al risveglio il tempo non è così brutto come temevamo pertanto, dopo aver acquistato caffè e croissant vari, ci rechiamo sulla solita panchina sul lago Mc Donald per fare colazione. Poi prendiamo la macchina in direzione Logan Pass, il valico che separa il versante Pacifico delle Rocky Mountains da quello continentale e che allo stesso tempo marca il confine tra gli Stati Uniti ed il Canada. Percorriamo paesaggi montani mozzafiato: la strada decorre lungo una valle stupenda solcata dal fiume e fiancheggiata da montagne con rocce a picco, con cascate e foreste di conifere a perdita d’occhio. Giunti nei pressi del Logan Pass la nebbia lattiginosa che faceva capolino dalle vette già dalla prima mattina, prende coraggio e si fa avanti, coprendo la totalità del versante della montagna. Quello canadese. Da questa parte il cielo si presenta pertanto uniformemente grigio e il velo nebbioso mozza brutalmente la cima delle montagne, togliendoci le emozioni del panorama, ma allo stesso tempo creando un’atmosfera molto particolare e suggestiva. Risolviamo in breve la formalità delle due corte passeggiate che avevamo programmato a livello del St. Mary Lake, mancando di un soffio l’incontro con un orso che ci lascia però lungo il sentiero una serie di suoi escrementi come ricordo e come testimonianza del suo recente passaggio. Riprendiamo la macchina, ci fermiamo per un pranzo veloce e riprendiamo la strada inoltrandoci nuovamente nel territorio del Canada. Ora il paesaggio si fa più monotono, guidiamo per ore incontrando pianure e pascoli sterminati punteggiati prima da cavalli e vacche, in seguito sempre da vacche e cavalli. Ogni tanto attraversiamo qualche cittadina isolata dall’aria western, in particolare Fort Mc Leod con case che sembrano essere del un set di un film di John Wayne e che annovera tra le sue attrazioni la ricostruzione di un forte dell’epoca degli indiani. Facciamo benzina a Charesholw che si fa notare per la quantità industriale di zanzare pronte a tendere agguati sanguinari e poco dopo arriviamo a Calgary. Qui, in fiduciosa attesa di scorgere un cartello indicatore per Banff, finiamo nel centro, imbottigliati dal traffico. Ne approfittiamo per dare un frettoloso sguardo alla città che avevamo comunque deciso di non visitare: passiamo davanti al parco dove a luglio si tiene il festival del rodeo e notiamo dai cartelloni pubblicitari e dalle bandierine esposte ad ogni angolo che l’attenzione dei locali è già tutta proiettata verso quell’evento. Finalmente, dopo una serie interminabile di semafori riusciamo ad imboccare la strada che ci condurrà a Banff. Passiamo accanto al villaggio olimpico con in bella vista il trampolino del salto con gli sci ed in breve ritorniamo in autostrada. All’orizzonte si profila una densa coltre di nuvole nere e non è un buon segno, dal momento che questa sera avremmo intenzione di campeggiare. Per fortuna incontriamo il temporale poco prima di Canmore e quando arriviamo finalmente a Banff ha smesso di piovere ed il cielo presenta addirittura ampi sprazzi di sereno. Trovato facilmente il campeggio, montiamo la tenda e cerchiamo di rilassarci facendo una passeggiata alla scoperta del paese, una specie di Cortina d’Ampezzo canadese, molto carina, proporzionata, ordinata, senza particolari orrori edilizi e dove i servizi non mancano. Festeggiamo l’arrivo in Canada con una cena sontuosa a base di carne alla brace di ogni varietà (compresa quella di bufalo) in un bellissimo locale, il Grizzly House, dall’atmosfera particolare, luci soffuse e con menù particolari in grado di soddisfare anche i palati più originali (è possibile ordinare anche carne di coccodrillo), presentati in maniera artistica ed efficace. Anche la macedonia di frutta da intingere nel cioccolato fuso è stata degna del conto non proprio popolare, ma comunque nemmeno troppo esoso.

LUNEDI’ 27/06 BANFF N. P.

Ci svegliamo e sulle pareti della tenda risuona inconfondibile il ticchettio della pioggia. Dopo qualche minuto però sembra smettere. Mi decido quindi ad uscire e girando la testa in su verso le nuvole constato che le previsioni non avevano sbagliato: Il cielo è grigio lattiginoso. Penso proprio che rinunceremo alla “gondola”, la teleferica che trasporta all’altitudine di 2000 metri per osservare il panorama circostante. E’ tutto avvolto dalla nebbia! Decidiamo comunque di sfidare le intemperie e di restare un’altra notte in campeggio. Poi andiamo sul lago Minnewaka, il lago degli spiriti degli indiani. Riusciamo, grazie al tempo che seppur grigio e nuvoloso ci risparmia la pioggia, a fare anche una breve camminata lungo le sue sponde, intrattenendoci con alcuni intraprendenti scoiattolini. Al ritorno veniamo bloccati da un gruppo di capre di montagna intente a leccare il sale in mezzo alla strada. Siamo di nuovo nel centro di Banff e percorriamo la passeggiata sul Bow River gustandoci il panorama e i mule deer in primo piano: peccato che inizi a piovere con decisione. Ripieghiamo sulla macchina e ci dirigiamo al Luxton Museum dedicato agli indiani, per passare qualche ora al coperto e al caldo. Quando usciamo però piove ancora. Raggiungiamo allora le Bow Falls in macchina non a piedi come da programma e qui facciamo tappa. Siamo un po’ stanchi e facciamo una puntata verso le terme. Dall’alto di una balconata osserviamo in silenzio un gruppo di orientali, presumibilmente giapponesi, che si immergono in costume all’esterno in una piscina termale di acqua calda. Lo stupore iniziale si trasforma in tentazione irresistibile: entriamo nello stabilimento e decidiamo di rilassarci così per il resto della giornata. Per fortuna quando facciamo il nostro ingresso in vasca il gruppo di turisti si è già allontanato e ci lascia ampi spazi godibili nella piscina. La temperatura dell’acqua sfiora i 40°C, quella esterna non supera gli 8 – 10°C, piove addirittura su di noi: ma è un paradiso. Quando siamo sazi di relax, usciamo e concludiamo al Missteak la giornata con una robusta cena. Siamo pronti per andare a nanna soddisfatti. Peccato continui a piovere….

MARTEDI’ 28/06 BANFF N. P. – JASPER N.P.

La notte trascorre con il ticchettio della pioggia sulle pareti della tenda. La mattina al risveglio, la situazione non cambia. Provo un discreto disappunto nel realizzare di non aver ancora avuto la possibilità di vedere nella loro maestosità le montagne intorno a Banff, in quanto sempre coperte dalla nebbia. Mentre facciamo colazione a Banff, tormentati da questi pensieri, decidiamo di cambiare programma: rimandiamo Lake Louise di qualche giorno e puntiamo immediatamente verso Jasper dove speriamo di trovare un tempo più clemente. Percorriamo così in macchina la Bow Valley Parkway 1A sotto una pioggia battente e incessante, ma riceviamo anche un contentino: un gruppo di macchine ferme davanti a noi ci suggerisce una sosta e in effetti, in mezzo al bosco, a poca distanza dalla strada un black bear sonnecchia alzando distrattamente la testa di tanto in tanto. Dopo le foto e le riprese consuete, riprendiamo la strada attraversando un panorama ormai ripetitivo: boschi bellissimi, montagne nascoste dal grigiore delle nebbie. E’ un peccato. Arriviamo nella zona delle lingue dei ghiacciai che si staccano dal sovrastante Columbia Icefield, la calotta di ghiaccio che si estende per centinaia di chilometri sulle Montagne Rocciose ed è uno spettacolo osservare queste propaggini ghiacciate spingersi in alcuni casi addirittura fino a valle a tagliare i versanti delle montagne. Ora la pioggia concede una tregua, ma il cielo rimane cupo e la nebbia non si dirada. Confidiamo nelle previsioni che annunciano una tregua del maltempo per domani. Si incontrano frequenti anche i cartelli con l’indicazione “Avalanche zone” e le barriere che presumibilmente vengono utilizzate d’inverno per interrompere la strada quando il rischio di slavine si fa concreto, rischio che non occorre molta fantasia ad immaginare osservando le pareti strapiombanti di roccia che fiancheggiano la strada. Intanto si prosegue lungo la strada per lunghe ore fino a che non arriviamo alle Athabaska Falls dove ci accoglie un timido raggio di sole. A questo punto, dopo aver visionato velocemente le cascate, decidiamo di effettuare una deviazione sulla strada secondaria 93A per percorrere una via meno battuta e movimentare il paesaggio ed infatti veniamo premiati anche della costanza di resistere alle buche assassine presenti sull’asfalto: troviamo, praticamente sul ciglio della strada, un black bear che indugia rovistando nel terreno alla ricerca di qualche radice prelibata. E’ la giornata dell’orso, e questi avvistamenti ci ripagano ampiamente del tempo infame. Arrivati a Jasper non piove, ma abbiamo la tenda bagnata e soprattutto abbiamo voglia di una pausa dal campeggio, pertanto ci installiamo al Maligne Lodge, motel forse superiore ai nostri standard, ma proprio per questo perfetto in ogni confort: sauna, piscina e super colazione all’americana. Stendiamo ad asciugare tenda ed indumenti bagnati, poi andiamo a visitare Jasper, paesino più piccolo di Banff, più rustico e meno commerciale. A noi è piaciuto. Chiediamo informazioni al particolare ufficio turistico dove incontriamo una simpatica ragazza che conosce addirittura l’italiano. Tutto bene, ma le previsioni ci gelano la schiena: pioggia per tre giorni consecutivi! Usciamo scoraggiati e mentre facciamo un breve giro nel centro ci sembra di cogliere una schiarita nel tempo: infatti la nebbia si dirada e tra una nuvola e l’altra ecco spuntare addirittura qualche raggio di sole. Ne approfittiamo immediatamente per prendere la teleferica che parte dal paese e sfruttare questa breve tregua insperata. L’escursione si rivela migliore di quanto potessimo sperare: infatti arrivati a quota 2000 m con il mezzo meccanico, siamo riusciti ad imboccare un sentiero che porta alla cima della Whistler Mountain a quota 2350m. Impieghiamo il massimo dello sforzo non tanto nel compiere questa elementare passeggiata, quanto nel convincere Giulia a seguirci, ma alla fine abbiamo ragione delle vivaci resistenze della nostra dissidente al seguito e conquistiamo la vetta. Da qui il panorama è soddisfacente, ma fa freddo e tanto per cambiare tira un vento notevole. Ci ripagano i giochi di luce esibiti dai raggi del sole in contrasto con le nuvole. Tornati a Jasper andiamo per la cena da Karuso, uno dei numerosi ristoranti greci presenti qui a Jasper che serve anche cucina italiana (pasta e pizza) e, mentre mangiamo, dalla finestra un arcobaleno sembra augurarci buona fortuna. Ne avremo bisogno, per poter apprezzare al meglio i colori ed il fascino di questi parchi canadesi: le nuvole rosa che si stagliano nel cielo al tramonto, ci fanno comunque ben sperare.

MERCOLEDI’ 29/6 JASPER N. P. (MALIGNE LAKE – MEDICINE LAKE – MALIGNE CANYON – ATHABASKA GLACIER)

La speranza covata ieri sera è stata ben riposta: al risveglio il cielo è terso, sgombro dalle nuvole. Sono le 8 e colmo di entusiasmo sveglio il resto della truppa. La truppa non gradisce il risveglio, ma nonostante lo scarso entusiasmo con cui viene accolta la notizia della buona giornata, riusciamo ad essere pronti per le 9,30, e partire in direzione Maligne Lake. Dopo qualche miglio si rannuvola nuovamente, ma non a sufficienza per offuscare la bellezza dei laghi. Incontriamo prima il Medicine Lake, stupendo, e successivamente il Maligne Lake, molto bello, ma difficile da valutare: per le sue dimensioni in quanto risulta essere il lago glaciale secondo al mondo per estensione e per la mancanza di sentieri che ne percorrano interamente il perimetro. Le escursioni possibili in zona sono avvincenti, ma troppo lunghe per noi ed i nostri tempi. Purtroppo non è nemmeno giornata per giri in barca in quanto la minaccia di pioggia è evidente e pertanto, dopo aver costeggiato per un breve sentiero il lago, facciamo dietro front e ritorniamo verso Medicine lake ed il Maligne canyon. Ci fermiamo alcuni istanti al Medicine per una pittoresca foto ad un gruppo di capre di montagna sedute sulla sponda, poi arriviamo al Maligne Canyon che apprezziamo per la brevità del percorso e per gli scorci offerti davvero notevoli. A questo punto, davanti a un caffè discutiamo sul da farsi: sono le 14 e siamo sotto il temporale, ma se guardiamo in direzione dell’Athabaska Glacier sembra sia sereno: basta questo per stimolare l’iniziativa ed in breve decidiamo di affrontare i 100 chilometri che ci separano dal ghiacciaio e cercare di raggiungerlo in tempo per poterlo apprezzare in un momento di sereno e illuminati dalla luce del sole ed eventualmente per affrontare un giro sullo snowcoach, un mezzo speciale in grado di risalire i ghiacciai. Ripercorriamo la highway 93 a ritroso e rivediamo gli stessi panorami di montagne con rocce a picco, nevai, seracchi e ghiacciai sotto un’altra luce…. Quella della sole. Finalmente un panorama degno della fama delle Rockies Mountains. Arrivati all’Athabaska glacier, il sole continua a dominare la valle e ci conferisce il buonumore necessario per indurci a toglierci lo sfizio del giro sullo snowcoach. E’ un’esperienza particolare, ma non entusiasmante: il percorso sul ghiacciaio è breve e i panorami non cambiano moltissimo da quelli che si possono apprezzare dalla strada, ma tutto sommato una curiosità che vale la pena di soddisfare. Mentre ritorniamo a Jasper per cena contenti di aver sapientemente sfruttato questo insperato intervallo di sole, riusciamo anche a fotografare lungo la strada un gruppo di capre di montagne abbarbicate come equilibristi sulle rocce. Dopo cena, usciti dal ristorante, come c’era da aspettarsi piove nuovamente. Ma a questo punto ha poca importanza.

GIOVEDI 30/06 JASPER N.P. (RAFTING ATHABASKA RIVER – ANGEL GLACIER)

Al nostro risveglio, tanto per cambiare, piove. Non è una pioggia continua, ma quando scende viene giù decisa e bagna. Le donne si consolano concedendosi un’ora in più di sonno, io ne approfitto per un giro solitario in Jasper: non è un paese molto esteso e in meno di un’ora lo esploro tutto. Dopo la canonica colazione, ispirato lungo la mia passeggiata dai tabelloni pubblicitari presenti diffusamente in città, propongo di provare l’ebbrezza del rafting sull’Athabaska River. Selezioniamo a naso l’agenzia con il miglior rapporto qualità –prezzo e ci ritroviamo in breve insieme ad altra gente in uno spogliatoio in attesa delle mute protettive ed impermeabili. Qui la prima sorpresa: le mute che ci vengono consegnate sono zuppe d’acqua e così le scarpette, con il risultato che, una volta indossato l’equipaggiamento, abbiamo la spiacevole sensazione di sguazzare nell’acqua già prima di essere sul fiume. Sicuramente la nostra salute non ne trarrà giovamento. Siamo un nutrito gruppo diretto da tre istruttori simpatici e cordiali che, prima ci caricano sul loro pulmino, poi ci dividono in 3 gruppi destinati ad altrettanti gommoni. Dopo una spiegazione veloce di cui riusciamo solo a cogliere vagamente il senso, entriamo finalmente nelle affascinanti acque verde salvia dell’Athabaska e, tra urti, scossoni, qualche gorgo e moltissimi spruzzi d’acqua, in un alternarsi di pioggia e sole, passiamo una mattinata molto avvincente. Persino Giulia confessa di essersi divertita!!! Ritorniamo per l’ora di pranzo, tutti bagnati e abbastanza infreddoliti per l’umidità delle mute, in tempo per una doccia bollente ristoratrice in motel e per uno spuntino. Nel pomeriggio decidiamo di recarci ai piedi del monte Edith Cavell dove, con una passeggiata di mezz’oretta, si può arrivare ai piedi di un ghiacciaio e contemporaneamente si può apprezzare una magnifica vista sulla parte terminale del ghiacciaio Angel Glacier, più in alto e dalla forma caratteristica appunto di un angelo con le ali spiegate. Giunti al parcheggio, il tempo continua a non accompagnarci: piove a dirotto. Ma ormai avvezzi ad acqua, pioggia, umidità, funghi e muffe varie, non ci perdiamo d’animo e, indossate le mantelline qualcuno con un certo entusiasmo, qualcun altro a forza e sotto minacce (Giulia) ci dirigiamo verso la vicina meta. Superata in breve una piccola salita, immediatamente la visuale del Angel Glacier paragonata a quanto percepito dal parcheggio giustifica appieno il piccolo sforzo appena compiuto. Ma lo spettacolo che più ci rapisce è quello dell’altra lingua del ghiacciaio che conclude il suo percorso immergendosi in un lago di un colore verde intenso alimentato da sorgenti più calde sul quale si specchia il fronte del ghiacciaio stesso. Piccoli iceberg si staccano dalla parete di ghiaccio e punteggiano la superficie del lago in parte galleggiando mollemente sull’acqua, in parte depositandosi sulla riva opposta. Tutto stupendo. Bellissimo anche il monte Edith Cavell che però, a causa della nebbia, non ci ha concesso l’onore di manifestarsi nella sua interezza. Giunti al ghiacciaio la pioggia concede una tregua e, grazie anche al vento, riusciamo a tornare in macchina con le mantelline asciutte. Giulia è di umore antracico, noi di conseguenza siamo abbastanza tesi: è il momento di prenderci una pausa rilassante tutti. Dirigiamo pertanto la macchina verso le terme di Miette Hot Spring incuranti dell’ora di viaggio che ci separa da esse. Ritorniamo quindi verso Jasper, la superiamo e, attraversando panorami incantevoli di montagne, fiumi, laghi, e pianori punteggiati da wapiti e white tail deer arriviamo a Miette. Il sole illumina la valle, mentre i soliti nuvolosi neri avanzano minacciosi verso di noi, ma ormai non ci facciamo nemmeno più caso e prendiamo visione della situazione della piscina all’aperto: ci sono a disposizione 3 vasche, una con acqua tiepida, una con acqua calda a temperatura di 39 – 40°C, un’altra con acqua fredda. In un attimo, soprattutto Giulia ed io, realizziamo come passare il resto del pomeriggio: alterniamo lunghi periodi di rilassamento nella piscina calda a tuffi improvvisi in quella fredda attraversandola in un susseguirsi di bracciate frenetiche. La terza vasca, con acqua tiepida rimane poco sfruttata. Io e Giulia ripetiamo all’infinito il gioco dell’alternanza di caldo e freddo, Elisa, a seguito di numerose insistenze, due o tre volte, ma con riluttanza e scarso entusiasmo. Giusto il tempo per beccarmi un rimprovero dallo zelante bagnino che mal sopportava questo andirivieni dalla vasca calda a quella fredda e viceversa e ricomincia a piovere. Noi non ci scomponiamo: ci godiamo anzi la doccia fredda della pioggia, immersi nelle calde acque della piscina termale. Quando torniamo a Jasper sono le 19 passate, ci mangiamo una pizza con il chetch up al posto del pomodoro e andiamo in motel a dormire.

VENERDI’ 01/07 JASPER – LAKE LOUIS – MORANE LAKE

Al risveglio il clima continua ad essere umido – piovoso. Carichiamo i bagagli sulla macchina e riprendiamo il nostro cammino verso sud in direzione Lake Louise, lasciando alle nostre spalle il punto più a nord previsto dal nostro viaggio. Le condizioni del tempo saranno determinanti sul percorso e sul programma della giornata. Ci fermiamo per osservare sotto la pioggia le Sunwapta Falls e continuando a viaggiare in un alternarsi di pioggia e sole raggiungiamo il divinamente turchino Peyto Lake,. Ritorniamo sui nostri passi e arriviamo al campeggio di Lake Louise. Oggi in Canada è festa nazionale e per di più è venerdì: veniamo assaliti dal timore di non trovare posto. E invece nessun problema (ci credo con il tempo che fa c’è una selezione naturale che fa sopravvivere solo i campeggiatori più ostinati…). Superiamo all’ingresso un’inquietante recinzione con elettricità ad alta tensione anti orso e montiamo la tenda felici di riuscire a svolgere le operazioni all’asciutto, ma non senza notare con apprensione qualche piccola zona di muffa che comincia ad intaccarne le pareti. Ci compriamo anche una piccola quantità di legna da ardere per accendere il braciere posizionato al centro della nostra piazzola, convinti dell’utilità di un po’ di calore, specie nelle ore serali. A questo punto siamo pronti per ammirare la “perla delle Rockies”: Lake Louise, ma le nostre impressioni sono contrastanti: il parcheggio è intasato di macchine, il mega albergo che loro chiamano «Chateau» è discretamente brutto, anche se in Italia avrebbero potuto fare anche di peggio. Il lago una meraviglia. Peccato però che pulluli di gente! Gente di tutte le razze, di ogni nazionalità, anche bella da vedere, ma questo incanto richiederebbe silenzio e solitudine per essere apprezzato al meglio e questa moltitudine vociante e variegata non giova alla causa. Per evitare la folla si dovrebbero affrontare i numerosi percorsi naturalistici o trekking che partono da qui, ma non abbiamo le possibilità di tempo, di voglia (la dissidente Giulia è sempre in agguato per stroncare ogni iniziativa che comporti un qualche dispendio di energie) e soprattutto di tempo meteorologico che continua ad essere tremendamente instabile, anche se adesso sta concedendo una pausa. Elisa e Giulia si fanno fotografare con a fianco le Giubbe Rosse, facciamo una breve passeggiata attorno al lago poi ripartiamo. Sotto la pioggia, ma felici di essere riusciti a fotografare il lago con qualche raggio di sole. Quando arriviamo al Morane Lake ha nuovamente smesso di piovere ed il sole illumina il celeste intenso delle acque sulle quali si riflettono le cime delle Ten Peaks che circoscrivono la valle dove si è formato il lago. Anche per questo posto non esistono aggettivi sufficienti per descrivere in modo appropriato le sensazioni trasmesse al visitatore. Il bello di questi laghi è che ognuno è diverso, con un proprio colore molto particolare, caratteristico. Sono molte le escursioni che da qui si dipartono, ma necessitano di almeno mezza giornata e, come già detto in questa situazione, non fanno per noi. Torniamo a Lake Louise dove facciamo una passeggiata nel villaggio: praticamente una piazzetta circondata da negozi e dove mi lascio coinvolgere nell’acquisto di una mitica maglietta della nazionale di ciclismo del Canada. Dopo aver mangiato al caldo in un locale affollato, torniamo alla nostra tenda dove, dopo esserci scaldati con il fuoco acceso nel nostro braciere, possiamo finalmente far riposare le stanche membra.

SABATO 2/7 LAKE LOUISE – REVELSTOKE

Al risveglio non sentiamo gocce tambureggianti sulla tenda e infatti non piove. Però è nuvolo. Raccogliamo alla meglio la tenda, sempre comunque pregna di umidità, la sistemiamo come da protocollo sul lunotto posteriore della macchina e ripartiamo verso il Johnstone Canyon che non abbiamo avuto la possibilità di visitare nei giorni scorsi causa diluvio. Ci dirigiamo pertanto verso Banff di una trentina di chilometri e arriviamo alla meta che si rileva però una delusione: le due cascate non sono malaccio, ma il canyon non è nulla di particolare specialmente in confronto a Maligne Canyon. E poi è infestato da una fiumana di persone. Inoltre buona parte del percorso si svolge su passerelle sospese sul fiume che sono forse la parte più curiosa del paesaggio, ma che conferiscono alla passeggiata un carattere di lenta e noiosa processione più che di un’escursione naturalistica. Ritorniamo al parcheggio per lasciare definitivamente il parco di Banff e ci dirigiamo verso ovest in direzione del parco di Yoho. Ci fermiamo ad osservare il tunnel a spirale della ferrovia ed il curioso apparire e scomparire delle lunghe colonne dei treni che come immensi bruchi entrano nella montagna e ne riescono ad un livello più basso o più alto a seconda della direzione. Parentesi molto suggestiva, peccato che i punti di osservazione che abbiamo trovato non fossero i più ideali a causa della distanza notevole dalla ferrovia. Deviamo dalla strada principale per una decina di chilometri ad osservare le cascate Takakkaw, indicate tra le più alte del Canada: ci gustiamo il paesaggio, ma in compenso ci becchiamo nuovamente la pioggia. Tornati precipitosamente in macchina ci concediamo, mentre torna il sereno, una sosta caffè a Field, cittadina piccola e graziosa. Riprendiamo la strada e sui versanti delle montagne che fiancheggiamo osserviamo tratti di foresta con delle ampie aree nerastre a contorni bruni dove sembra vengano condotte delle operazioni di abbattimento selettivo per mezzo di incendi forse per fronteggiare malattie o parassiti. A questo punto ci tocca attraversare il Glacier National Park, di cui la guida dà la seguente descrizione: “qui piove due volte alla settimana: una volta per tre giorni, l’altra per quattro”. Infatti ci becchiamo il diluvio. Una pioggia veramente torrenziale, con scrosci di acqua violenti: per fortuna siamo in macchina. Lentamente, grazie all’instabile lavoro dei tergicristalli, giungiamo a Canyon Hot Spring ad una decina di chilometri da Revelstoke, la meta che ci siamo prefissati di raggiungere oggi. Qui spunta un bellissimo sole. Nel centro termale c’è un campeggio e un motel: quale scegliere? Il gestore ci aiuta nella decisione: camere del motel tutte esaurite. Pertanto ci rechiamo nel campeggio, rassegnati a finire sotto un nuovo diluvio. Il posto è molto bello e troviamo una discreta piazzola dove accamparci. Poi, sistemate le nostre cose, possiamo finalmente rilassarci nella piscina calda osservando il panorama sullo sfondo con l’immagine suggestiva dei ghiacciai. Giudizio complessivo: campeggio ottimo, piscina discreta, cucina pessima….

DOMENICA 3/7 REVELSTOKE – OSOYOOS

Quando ci svegliamo non possiamo credere ai nostri occhi: non solo non piove, ma c’è un bel sole e la tenda è appena inumidita dalla rugiada mattutina! Mi piace interpretare questo evento come una forma di cortesia dei parchi canadesi che nel salutarci non hanno voluto lasciarci un’impressione troppo umida di loro. Nessun problema, pioggia o non pioggia conserveremo sempre un ricordo unico e meraviglioso di loro. Approfitto del sonno delle ragazze per sistemarmi nei pressi della ferrovia che passa vicino al campeggio e di cui ho avuto piena coscienza durante la notte al passaggio di ogni convoglio, per fotografare da vicino uno dei bellissimi treni canadesi in pieno servizio. Come volevasi dimostrare, dopo una notte di intenso traffico, ne attendo vanamente per 1 ora il passaggio, seduto come un cretino a fianco del binario e con l’inerte macchina fotografica in mano. Mi rialzo mestamente senza servizio fotografico e prima di partire definitivamente verso ovest mi riunisco al resto della famiglia per affrontare il chilometro e mezzo di un percorso naturalistico consigliato dalla guida per apprezzare le caratteristiche particolari del paesaggio dovute al clima del luogo. Qui attraversiamo vari acquitrini su passerelle e osserviamo piante e uccelli tropicali, qualche rana, molti girini estrogenati, una coppia di donnole che giocando a nascondino dalla loro tana ci intrattiene per una mezz’oretta. Ripartiamo, e dopo pochi chilometri, avvistato un convoglio ferroviario in transito, mi fermo su un ponte rischiando la vita per fotografarlo al passaggio sotto il cavalca ferrovia. Per la pausa pranzo ci sistemiamo nel sito storico dove la ferrovia in costruzione proveniente dal Pacifico si è unita con quella proveniente dall’Atlantico. Qui finalmente mi godo in tranquillità il passaggio di diversi treni merci. Riprendiamo la strada, attraversiamo una regione ricca di laghi, superiamo Vernon, Kelowna, Penticton, osservando frutteti a volontà, raggiungiamo Oliver che si definisce la capitale del vino del Canada e finalmente arriviamo ad Osoyoos. Qui torniamo a provare nuovamente la sensazione del caldo. Dopo aver invano cercato un campeggio gestito da indiani del posto indicato dalla guida, troviamo anche il lago, un campeggio affollato e le altre particolarità sgradevoli dei luoghi turistici di mare, pardon, di lago. Piazziamo la tenda, inforchiamo i costumi e colti dall’entusiasmo entriamo in acqua. Ma solo fino alle caviglie, giusto il tempo per osservarla da vicino e realizzare che, nonostante diverse persone, bambini compresi, ci sguazzino dentro, l’aspetto non è proprio dei più invitanti. Non è che sia particolarmente sporca, ma quel tanto che basta per indurci a rinunciare al sospirato bagno. Ceniamo in un ristorante greco assaporando Moussaka e carni varie noi e bisteccazza Giulia. Usciti dal locale non riusciamo a realizzare l’intento di festeggiare con una birra la conclusione della visita dei parchi perché l’ingresso al pub è interdetto ai minori. Ci consoliamo godendoci il tramonto sul lago e poi ci ritiriamo per la notte.

LUNEDI’ 4/7 OSOYOOS – VANCOUVER

Alla 6 prendiamo coscienza della realtà di un campeggio affollato di bambini grazie ad uno di questi che inscena un pianto a dirotto che non conosce tregua. Resistiamo quanto possibile digrignando parole poco gentili al suo indirizzo poi, alle 7, ci arrendiamo e usciamo dalla nostra tenda. Lo spiacevole episodio determina comunque un’accelerazione delle operazioni di smontaggio dell’attrezzatura e del carico della macchina rese possibili anche dal perfetto stato del telo della tenda finalmente assolutamente privo di qualsiasi segno di umidità e ci consente alle 8 di essere pronti per la partenza. Dopo colazione azzardiamo una puntata al “pocket desert” molto reclamizzato per la presenza di serpenti a sonagli e per l’ambiente tipico di un deserto in miniatura, cioè in un’area circoscritta. Qui avvistiamo il campeggio che avevamo inutilmente cercato ieri, ci ascoltiamo la spiegazione della guida riguardo alle tradizioni indiane e concludiamo il percorso in meno di un’ora e mezza. L’unico serpente a sonagli che riusciamo ad avvistare è quello che campeggia sui curiosi segnali stradali di “attenzione attraversamento serpenti” disseminati lungo la strada di accesso al parco. Lasciamo con qualche perplessità il pocket desert e con pochi rimpianti Osoyoos. Facciamo una discreta scorta di frutta fresca presso una bancarella disposta sulla strada accanto ad un frutteto e partiamo in direzione ovest per chiudere l’anello del nostro percorso a Vancouver. Sulla strada ci soffermiamo ad osservare un fenomeno strano: un lago con una patina gelatinosa disposta a formare dei cerchi sulla superficie dell’acqua. Sono necessarie ancora alcune ore di viaggio durante le quali passiamo attraverso un parco regionale dove osserviamo gli alberi, in prevalenza pini, in stato di evidente sofferenza. Ci accorgiamo di essere alle porte della città per il traffico. Dalla guida sappiamo che non conviene cercare motel in periferia perché cari e scomodi se uno desidera visitare la città, per cui procediamo verso il centro mentre il traffico stranamente si dirada. Qui troviamo un bed and breakfast ad un prezzo ragionevole e non lontano dal centro, il Kingston Hotel 757 Richard St. Il primo impatto con la metropoli non è dei migliori: dopo i paesi tranquilli popolati da persone simpatiche e socievoli, attraversiamo in macchina l’area degradata nei dintorni di Chinatown dove, mentre siamo fermi al semaforo assistiamo all’inquietante sfilata di una collezione di sban

 

 

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